Napoli, viaggio nel nuovo San Paolo:
il cuore del mondo è per gli azzurri

Lunedì 16 Settembre 2019 di Marco Perillo
Sono tornato dopo 18 anni in curva. La curva B, quella di sempre. Una decisione presa all'ultimo momento, con un amico storico. La scusa è stata quella di ammirare il nuovo stadio San Paolo, di godere finalmente di nuovi seggiolini azzurri, posti numerati, maxi-schermi in un lato e nell'altro della struttura. Ci siamo decisi tardi, per cui abbiamo trovato soltanto biglietti per l'anello inferiore. Da lì si vede male, ma la curiosità era tanta e siamo andati lo stesso. E, già mettendo piede sugli spalti, abbiamo capito di avere fatto bene. Una marea azzurra macchiata di bianco e di giallo ci ha accolto. Il rinnovamento è notevole, sembra un altro stadio; un altro posto. È davvero il San Paolo? Sì che lo è. Ed è tutta un'altra cosa. Non solo una lavata di faccia. Persino il campo sembra più vicino del solito; sarà per via dell'effetto ottico dato dal manto erboso vicino alla curva e della pista di atletica azzurra. Tutto sembra più azzurro, più napoletano che mai.

CURVA INTERNAZIONALE
Ci siamo accorti che anche l'umanità dello stadio è cambiata. Non solo l'estetica. Ci siamo sorpresi di vedere attorno a noi, in quell'anello inferiore, quasi tutti stranieri. Diciott'anni fa non era così. Non se ne vedevano quasi mai. E invece c'erano, a frotte, tutti con le sciarpe e le maglie azzurre. Tanti giapponesi o cinesi, a Napoli per assistere al miracolo di San Gennaro. C'era un gruppo di ragazzone svedesi, in vacanza in città, che dopo aver visto la Cappella Sansevero e il lungomare hanno voluto immergersi nella realtà dello stadio. John ed Emma, invece, una coppia irlandese che si trovava qui e conosceva il Napoli grazie alla Champions. Alexandra e Theodoros, greci, sventolavano un bandierone del loro paese: ovviamente erano qui per Manolas. C'era uno sparuto gruppo di belgi, tutti pazzi di Mertens. E poco più avanti una colonia di polacchi, tutti vestiti di azzurro: non vedevano l'ora di applaudire Zielinski in campo, peccato per l'assenza di Milik.

 

Non mancavano tre argentini, nostalgici come noi di Diego e una decina di spagnoli, perché ce n'erano ben tre in campo. E all'improvviso ti accorgevi che tutto è cambiato in questi diciott'anni. Che Napoli è diventata una realtà internazionale, grazie al turismo, grazie alla Champions, grazie a una squadra che di italiani, in rosa, ne ha davvero pochi. Ci lamentiamo sempre, ma questo è un motivo di orgoglio. Erano lì, a tifare per gli stessi colori: come fossimo un'unica cosa, noi e loro. Uniti nella maglia azzurra, nella passione per una città e per una squadra che sono due elementi inscindibili.

IL TEMPO CHE CAMBIA
Una città e uno stadio che mutano profondamente, si rinnovano, si aprono al mondo. Il Napoli non è più solo la squadra dei napoletani: è di tutti. È una squadra del mondo. Diciott'anni fa non era per nulla così. Certo, diciott'anni sono il tempo di un neonato che diventa adolescente e prende la maturità, di acqua ne è passata. Eravamo in serie B allora, lottavamo per la serie A e in campo c'era un capellone goleador di nome Stefan Schwoch e non uno scugnizzo belga di nome Mertens (che noi osanniamo come Ciro). Eravamo frustrati, incattiviti, e ancora doveva arrivare il fallimento del 2004. Assistere a una partita in curva era una battaglia: in piedi, una baraonda, qualche rissa qua e là, per non parlare degli scontri fuori dallo stadio, una domenica sì e una no. Sabato a sorpresa la curva B era calma, non cantava. Non c'erano nemmeno le solite bandiere a sventolare. Tutto taceva. Perché la curva era a lutto per un ragazzo di 26 anni morto tragicamente. Tifava solo la curva A, lì di fronte. E così la sensazione di straniamento si amplificava. Perché accanto a noi e agli stranieri notavamo un'ultima cosa. Un dettaglio che mi colpiva ancor più profondamente: tantissime famiglie coi bambini. Anche piccolissimi. Tutti con le maglie azzurre, entusiasti, le bandierine in mano. E penso che pure questo diciott'anni fa era molto raro da vedere. E che quei bambini che diciotto anni fa non venivano allo stadio vuoi per la serie B, vuoi per l'insicurezza si mettessero a tifare per altre squadre. Oggi non è così. I bambini sono ritornati allo stadio. Sono loro la nuova linfa vitale del tifo partenopeo. E allora, al di là delle polemiche su chi guarda ancora in piedi la partita nell'anello superiore (chi ha frequentato le curve sa che è un malcostume difficile da estirpare) o delle proteste e dei mugugni nei confronti di una società che non è riuscita ancora ad agguantare uno scudetto, riflettevo su quante cose siano migliorate in questi anni. Perché se i bambini sono tornati in massa allo stadio e in curva, seppur nell'anello inferiore, Napoli e la sua gente hanno fatto davvero un grande passo avanti. E se gli pure stranieri ci amano e fanno il tifo per noi, allora vuol dire che abbiamo imboccato la strada giusta. Ultimo aggiornamento: 10:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA