Spalletti, la sfida dell'orgoglio:
ritorno a Roma da primo in classifica

Sabato 23 Ottobre 2021 di Pino Taormina
Spalletti, la sfida dell'orgoglio: ritorno a Roma da primo in classifica

Non è come il ritorno a casa di Ulisse. Perché non troverà nessuna Penelope ad attenderlo. Anzi, il povero Lucio rischia anche di essere travolto dai fischi, come un reietto qualsiasi, come uno da dimenticare alla svelta, come è già successo quando ha rimesso piede all'Olimpico con l'Inter. Stavolta torna a Roma per la prima volta da quando il film di Totti Speravo de morì prima lo ha disegnato come il brutto e il cattivo, l'artefice dell'addio del pupone, il capitano core de Roma. Come se fosse da lupo cattivo della favole condividere la scelta di accompagnare un campione ormai 40enne fuori dal campo del gioco. Dunque, il tecnico toscano sa bene cosa potrebbe attenderlo domani pomeriggio. E si prepara, provando a mettere in riga i pensieri senza farsi assalire dalla tentazione della nostalgia. Non ha paura delle rappresaglie del tifo, il buon Luciano Spalletti: gli basta arrivare alla sfida di domani da primo in classifica e da imbattuto della serie A. Il suo orgoglio, adesso, si chiama Napoli. Pensare azzurro, questo il suo mantra. Punto e basta. Gli piace l'idea di affrontare Mourinho dall'alto verso il basso. Lo Special One oggi fa il brillante e lo benedice con il nome di Spallettone ma negli anni in cui la sua Inter aveva la Roma come antagonista per lo scudetto si divertiva a fare il bulletto parlando di zero tituli (quelli degli altri, compresi della Roma di Spalletti), della prostituzione intellettuale del nostro calcio e via dicendo. Al tecnico di Certaldo farà comunque sempre un certo effetto essere considerato un nemico in quello stadio, contro quella squadra con cui ha vinto due Coppe Italia e una Supercoppa. Eppure, sarà così. Pesa come un macigno quell'ultimo anno con Totti, quell'idea diffusa che sia stato lui a decidere i tempi della sua uscita di scena. «Ha fatto un film su di me, se me lo chiedevano potevo anche io dare qualche suggerimento», si è limitato a replicare appena giunto a Napoli. 

No, la Roma è solo il passato. Ed è solo un insieme interminabile di bei ricordi. Ora pensa positivo e anche oggi sceglierà di mordersi la lingua, anche se dentro di sé l'uomo crepita per quello che vorrebbe dire e che non dirà neppure stavolta. Arriva alla sfida con la Roma sulle ali di successi e applausi, con un entusiasmo che cela a fatica, a punteggio pieno come neppure nei più ottimistici dei suoi sogni estivi. Certo, i vecchi fantasmi di cui ama circondarsi, di tanto in tanto, fanno capolino anche qui (tipo gli spaventatori seriali), nonostante le nubi fino ad adesso siano davvero poche. Ma l'uomo è fatto così: alza i muri, lui vuole stare da una parte (con i suoi calciatori) e tutti gli altri devono stare altrove. Domani gli interessa solo vincere, e dare dispiacere ai suoi vecchi amici. Ma anche ai nemici, perché è evidente che a Roma ne ha a grappoli. E persino tutti orgogliosi di poter dire di esserlo. Eppure, dovrebbe essere un ritorno romantico, perché Spalletti ha regalato l'ultimo ciclo di sorrisi dalla Roma, perché quando andò via nel 2009 lo fece rinunciando a ben due anni di contratto («Sono convinto che se un qualsiasi altro collega avesse vissuto la Roma in questo momento, probabilmente avrebbe fatto come me perché poi si sentirebbe avvolto da un qualcosa di particolare che si vive solo in questa città», disse subito dopo). Perché quando si rimise in carreggiata lo fece lontano dall'Italia, allo Zenit, forse per non tradire quel sogno romanista. E pure quando ha ritrovato la serie A, lo ha rifatto alla Roma, nel 2016. Come se fosse una pellicola di un film d'amore. Certo, sette anni dopo era cambiato tutto, a partire dalla proprietà e dai Sensi che non c'erano ormai più. E infatti non sono stati 18 mesi semplici. 

 

Da nemico è tornato, con l'Inter. E ha pure vinto. Dopo essere stato fischiato. Ovvio. Sempre per la sua storia legata a Totti. Roma resta il suo mondo antico, c'è poco da fare, anche se si è immerso dentro Napoli alla velocità della luce. Ed è difficile che riuscirà a trovare il tempo, domani sera, per una cena al solito ritrovo sulla Laurentina. O in uno dei tanti posti del cuore con cui passava le sere assieme alla vecchia banda di inseparabili: Baldini, Andreazzoli, Domenichini, Bertelli e Franceschi. Ha trascinato a Napoli solo qualcuno. Una prova di fedeltà assoluta perché Luciano ha amato la Capitale, è riuscito a viverla senza nascondersi, senza l'angoscia di essere riconosciuto o altro, scegliendo di comprare casa lì. E diventando tifoso anche della squadra di basket. Lui ora ha in mente la classifica, non certo i ricordi: sa che può allargare la forbice dalla Roma, sa che le otto vittorie hanno allungato il gruppo come all'attacco di una salita prima del Gran Premio della Montagna. Non è ancora una fuga seria, ma non perdere all'Olimpico potrebbe dare un'altra iniezione di fiducia a questo gruppo che vive sulle ali dell'entusiasmo. Questo Napoli assomiglia a molte delle tante Roma che ha avuto: con un quadrilatero di palleggiatori per palati fini come Insigne, Zielinski, Osimhen, Politano (o Lozano). In pochi mesi ha dato l'impressione di aver creato una squadra che non è semplicemente prigioniera della propria bellezza: non si distrae quasi mai nel ricamo, prende pochi gol e non si dimentica, quando arriva il momento, di uccidere la partita.

Alla Roma, Luciano ha scritto la storia, anche se lo scudetto lo ha solo sfiorato. Un po' come Sarri al Napoli. Tra prima e seconda esperienza sulla panchina romanista ha ottenuto 416 punti in 209 partite di campionato (1,99 punti a partita). Ha fatto il record dei punti in una stagione, 87, due in più di Garcia nella stagione 2013/14. I duelli con Mou, poi restano memorabili. Come quello zero tituli a lui dedicato, che è stato qualcosa a metà strada tra la profezia di Nostradamus e le pozioni della Fata Morgana. Due parole che sono rimaste scolpite nella storia del calcio italiano. Tutta colpa di un rigore contestato a San Siro a cui Spalletti reagì con una frase delle sue: «Dalle mie parti si dice che dove c'è un furbo c'è un bischero: e io la parte del bischero non la voglio fare». E di sicuro, alla guida di questo Napoli, arriva all'Olimpico con l'etichetta di squadra da battere. Ed è una grande gioia per Lucianone.

Ultimo aggiornamento: 19:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA