Luna 2022, l'umanità fa un (altro) grande passo

Mercoledì 13 Giugno 2018 di Massimo Capaccioli
Ci siamo. Dopo un lungo stallo di quasi mezzo secolo, la Nasa annuncia che tornerà sulla Luna. Una bella notizia davvero, tanto più sorprendente in quanto pare che la svolta al programma dell'Agenzia spaziale federale sia stata dettata dalla ferrea volontà di Donald Trump. Il presidente dell'America First, dei dazi imposti agli alleati, di una politica sociale avara e di tante esternazioni che ne hanno fatto il bersaglio di nemici e detrattori, ha messo mano ai programmi spaziali del suo Paese usando, com'è suo stile, bastone e carota. Drastici tagli a commissioni e a progetti di ricerca, come WFirst, il telescopio per survey a grande campo nell'infrarosso su cui la comunità astronomica internazionale aveva ormai fatto la bocca, e quattrini freschi per finanziare un altro degli obiettivi della sua presidenza: fare dell'America la prima non solo sulla Terra ma anche in cielo.

Non si tratta soltanto di una questione di prestigio, che pure conta molto per la nazione leader nel mondo. È soprattutto un fatto di potere economico e militare. La riconquista della Luna può diventare una palestra per uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Ce lo insegna l'esperienza fatta da quando, il 12 aprile 1961, Jurij Gagarin venne lanciato in una singola orbita bassa attorno alla Terra. Purtroppo, la saga del volo umano nello spazio profondo, verso la Luna e gli altri corpi del Sistema Solare, ha avuto una parabola breve, solo 11 anni, complice il ritiro dell'Unione Sovietica da una competizione dove l'America aveva ormai fatto cappotto. In seguito, costi, benefici e strategie hanno orientato le agenzie spaziali dei grandi paesi a consolidare la conquista e lo sfruttamento dello spazio circumterrestre con la messa in orbita di innumerevoli satelliti artificiali e l'impiego di sistemi di lancio riutilizzabili in tutto o in parte, come lo Shuttle e la Sojuz. Prototipi costosi e ancora molto rischiosi di un servizio di taxi e di catering di insediamenti stabili, come la Mir, che in russo significa mondo ma anche pace, e la Stazione spaziale internazionale, dove la pace e la cooperazione tra i popoli continuano a essere un esperimento vincente.
 
Il Sistema Solare, dalla Luna in su, è rimasto ad appannaggio di imprese dove i robot hanno sostituito l'uomo nell'esplorazione di pianeti, satelliti, asteroidi e comete, volando loro attorno, schiantandoglisi contro o posandosi lievi al suolo, magari per scaricarvi un rover semovente e superdotato, come nel caso di Marte. Passata la stagione di Armstrong, Aldrin e Collins, che per primi andarono alla Luna, e di Cernan, Evans e Schmitt, che furono gli ultimi nel 1972, l'uomo, fragile e non sacrificabile come è invece una macchina, è rimasto a terra, ad aspettare i messaggi che gli automi volanti gli inviavano da lontano, per elaborarli ed utilizzarli. Voci dai 14 mila satelliti che circolano attorno al pianeta per spiare, monitorare il tempo, trasmettere, ricevere e osservare il cielo nei modi che a terra non sono permessi, e dalle numerose astronavi sterili che hanno portato nel cielo anche i nomi di grandi italiani: per esempio Giotto, Galilei o Cassini.

Ma adesso Trump vuole che piedi americani tornino a calpestare il suolo polveroso di Selene. Per questo ha stanziato, nel budget della Nasa per il 2019, ben 10 miliardi di dollari destinati alla Luna. Sembra una cifra mostruosa. Forse lo è, ma resta comunque una piccola frazione di ciò che l'Italia paga ogni anno agli investitori finanziari per gli interessi sul debito pubblico. Così, mentre nel Bel Paese dove fioriscono i limoni ci dissanguiamo, arrampicandoci sugli specchi per sopravvivere, gli americani investono nel futuro, scommettendo sui derivati della tecnologia con un approccio nuovo. Non riandranno alla Luna per vincere una gara olimpica, dove conta di più partecipare che arrivare primi. Ci torneranno «perché l'impresa è difficile», come ebbe a dire Kennedy quando lanciò il programma Apollo, e perché dalla soluzione delle difficoltà discenderà un nuovo sapere, riciclabile per mantenere la supremazia dell'hi-tech targato Usa. Non per niente una parte del finanziamento sarà rivolta a favorire le ricadute industriali di questa nuova corsa allo spazio e l'ingresso di aziende e capitali privati in un business sino ad ora tipicamente monopolio dello stato (secondo un modello economico alternativo che in Italia è nato da poco per una cosa vecchia come le ferrovie).

Che succederà? Il programma delineato dalla Nasa prevede che in 4 anni venga realizzata una stazione orbitante circumlunare servita da un nuovo shuttle, più economico e soprattutto più sicuro della vecchia carretta che per anni ha fatto la spola col cielo sopra di noi, procurandoci anche qualche lutto. Da questa base galleggiante partiranno le missioni per esplorare il nostro satellite, ed eventualmente cominciare a sfruttarne le risorse, e prenderà il via il balzo verso Marte, sogno della generazione cresciuta sui libri di Arthur Clarke. Suona intrigante il fatto che la direzione per le missioni scientifiche della Nasa abbia appena assunto un altro Clarke - che però non è parente dello scrittore - come interfaccia tra gli uffici dell'Agenzia, la comunità scientifica e gli stakeholder esterni al fine di sviluppare strategie che permettano l'integrazione dell'uomo nelle esplorazioni automatiche. Comunque, non illudetevi! Il viaggio su Marte non è dietro l'angolo: ancora troppo lungo, incerto e pericoloso. Ma, scriveva il grande Clarke, «ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». E noi, di magie ne abbiamo viste accadere molte in questi anni. Per cui non sarebbe sorprendente se tra non molto ci offrissero biglietti di andata e ritorno per il pianeta rosso, sebbene non sia evidente per quale motivo uno di noi dovrebbe andarci.

«Io credo che questa nazione debba impegnarsi per raggiungere entro la fine del decennio l'obiettivo di portare un uomo sulla Luna e riportarlo sulla Terra», disse Kennedy nel 1961. Il machiavellico Trump ha ripreso il concetto con altre idee. «Ritorniamoci e andiamo oltre, perché questo fa parte del programma America First». Allora ben venga anche questa causa, se ci dà il mezzo per riprendere a scalare le stelle. © RIPRODUZIONE RISERVATA