Social network e la sindrome Fomo: «Ecco come i social influenzano la nostra mente»

Social network e la sindrome Fomo: «Ecco come i social influenzano la nostra mente»
di Emanuela Di Pinto
Martedì 15 Novembre 2022, 12:04
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L’attesa spasmodica di un like. Il bisogno di essere sempre iperconnessi e la necessità di raccontare qualcosa di sé stessi. L’introduzione dei social network nella nostra vita quotidiana ha portato a conseguenze sia positive (in moltissimi settori lavorativi) che negative. Non hanno cambiato solo il nostro modo di rapportarci con il digitale ma, facendo un ragionamento molto più ampio, anche le modalità in cui una persona crea le proprie relazioni sociali e personali. Ciò che prima facevano i luoghi pubblici (favorire nuove conoscenze e l’intrecciarsi di nuovi rapporti) ora è stato totalmente traslato su piani immateriali fatti di feed di Instagram e Tik Tok o bacheche di Facebook.

Ad un occhio meno esperto questo potrebbe sembrare una “diminuzione” del raggio d’azione ma, in realtà, i social network ampliano la possibilità di creare relazioni in maniera inimmaginabile. Questo fenomeno favorisce, ovviamente, la creazione di community e di realtà complementari a quella che viviamo nella vita di tutti i giorni. I social network diventano un modo per esprimere se stessi e quello che, a volte, non riusciamo a raccontare nella vita reale. Nonostante possano essere visti come qualcosa che porta solo a conseguenze positive, i social network sono una costante arma a doppio taglio capace di danneggiare il nostro modo di rapportarci con la realtà che ci circonda. Secondo i dati raccolti da Datareportal, a gennaio 2022 i profili social attivi in Italia erano 43,20 milioni. L’incremento tra 2021 e 2022 corrisponde circa al +5,4%, quindi 2,2 milioni di profili in più. Numeri che aumentano di giorno in giorno e lasciano capire quanto i social network siano ormai parte integrante della vita di milioni di persone. Lo studio ha inoltre registrato come l’utente medio globale trascorra 6 ore e 58 minuti su internet, arrivando a toccare circa il 40% del tempo di veglia di un essere umano. La linea tra dipendenza e utilizzo sano diventa ogni minuto sempre più sottile e facilmente scavalcabile. 

Per capire meglio come i social network riescano ad influenzare (o anche a danneggiare) la nostra psiche, abbiamo parlato con Mattia Della Rocca, professore di Psicologia degli Ambienti Digitali all’Università di Roma Tor Vergata. «Sono degli ambienti costruiti dall’essere umano per l’essere umano, quindi la disponibilità di informazioni è portata al livello massimo (…) I social diventano particolarmente ghiotti per il nostro cervello e per la nostra cognizione che cerca di assorbire più dati possibili». Sono proprio le informazioni a porsi al centro di una serie di disturbi che raggiungono la loro massima espressione a causa dei social. Una di queste ansie sociali ha raggiunto gli onori della cronaca qualche settimana fa grazie a Victoria dei Maneskin che ha ammesso di soffrire di Fomo (Fear of Missing Out), un disturbo particolarmente diffuso tra le nuove generazioni. Nonostante la musicista abbia usato il termine in un contesto differente rispetto a quello in cui solitamente viene inserito, è riuscita a puntare i riflettori su una problematica sempre più pervasiva. «Ormai una larghissima fetta delle nuove generazioni, identificati come nativi digitali, soffre di questo tipo di ansia sociale – ci racconta l’esperto - Si tratta della paura di essere esclusi dal loop delle informazioni e dal timore di rimanere fuori da uno scambio di opinioni importante per noi».

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Questo fenomeno può essere legato anche alla nascita e all’affermazione delle community. Molto spesso, i gruppi online, diventano un modo per tantissime persone per sconfiggere le proprie timidezze o difficoltà relazionali e riuscire ad entrare in una socialità che, nella vita reale, tende a tenerli fuori. «Anche qui la tendenza umana a costruire dei gruppi viene esasperata – ci spiega Mattia – solitamente è un fenomeno positivo ma recentemente abbiamo avuto esempi di comunità digitale, come per esempio 4Chan, improntati a raccogliere persone appartenenti a gruppi d’odio o terroristici». Non è un caso, infatti, che moltissime realtà estremiste (come ad esempio il QAnon) utilizzino come base operativa i social network in particolare quelli molto ramificati e dove è facile nascondersi. «Non c’è una differenza radicale con la creazione di gruppi in ambienti tradizionali, l’unica è la velocità con cui l’informazione viene trasmessa e la possibilità di creare identità molto polarizzanti e cariche di estremismi».

Sembra strano a dirsi ma i social network non sono altro che una estensione all’ennesima potenza di dinamiche che facevano già parte della società umana. Vederle proiettate su un campo così ampio (e potenzialmente infinito) come internet ci dà modo di analizzarle al meglio e capire come influiscono sul nostro modo di vivere e di comportarci. Insomma, i social riescono a farci capire qualcosa in più su noi stessi, sul nostro essere al mondo e sul modo in cui ci rapportiamo con la realtà digitale e non.

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