Facebook ha pagato gli utenti per scoprire come utilizzavano lo smartphone

di Alessio Caprodossi

Aziende che ci pagano in cambio dei nostri dati personali è un modello del futuro teorizzato dai futurologi, che immaginano un domani senza lavoro causa robot con le grandi società del mondo hi-tech a garantirci un reddito universale. In attesa di capire se la profezia si avvererà, un esperimento su piccola scala è avvenuto negli ultimi anni con Facebook, a caccia di informazioni dettagliate dietro il pagamento di un canone mensile. 

Come riportato dal sito americano TechCrunch, il social network ha assicurato venti dollari al mese a iscritti di età compresa tra i 13 e i 35 anni, coinvolti nell’installazione di Facebook Research, un programma che monitorava come questi ultimi usavano lo smartphone. Chiamate, messaggi e applicazioni utilizzate, come e per quanto tempo, con le informazioni che finivano sul server di proprietà della stessa società di Menlo Park. 
 
Da quanto appreso finora, il sistema avviato nel 2016 funzionava solo con gli iPhone e sfruttava l’installazione volontaria di una VPN (Virtual Private Network, cioè una rete di telecomunicazione privata) per captare tutte le attività del telefono. Una mossa che ha permesso a Facebook di evitare il passaggio sull’App Store e aggirare così i rigidi controlli di Apple, particolarmente sensibile sulla questione privacy e protezione dei dati personali. Premesso che la pratica non ha nulla di illegale - poiché come specificato anche da un portavoce di Facebook, si basava su una scelta volontaria da parte degli utenti, liberi di cambiare idea e chiudere la sperimentazione in ogni momento -  aver incluso nell’iniziativa i minorenni, per i quali l’accesso erano subordinato all’autorizzazione dei genitori mediante, però, un passaggio facilmente aggirabile, resta l’interrogativo sulla loro completa consapevolezza offrire i segreti del proprio smartphone in rapporto all’accredito mensile.    
 
Detto che Facebook ha annunciato l’immediata chiusura del software per iOS, va registrato che non è la prima volta che il social network di Mark Zuckerberg viene pescato in fallo. A parte lo scandalo Cambridge Analytica, il caso di Facebook Research segue quello di Onavo, società specializzata nel monitoraggio del traffico scambiato tra diversi dispositivi attraverso VPN, acquistata da Zuckerberg per 120 milioni di dollari. Promettendo protezione contro siti pericolosi, l’app garantiva a Facebook preziose notizie su come gli utenti usassero i rispettivi smartphone; in questo modo, per esempio, Facebook comprese come e quanto le persone amassero WhatsApp, molto più gettonata rispetto al suo Messenger. Chissà che non siano stati proprio queste analisi a convincerlo di acquisire di lì a poco la stessa app di messaggistica. 
 
Considerata la tensione in atto tra Facebook e Apple, con Cook che ha criticato più volte Zuckerberg per la mancata attenzione verso la difesa dei dati personali degli iscritti, è possibile attendersi una risposta da parte di Cupertino. Al di là d tale aspetto, il tentativo di controllare gli utenti getta un’altra luce sinistra sul comportamento del social network, assai aggressivo quando in gioco ci sono i dati personali.  
Mercoledì 30 Gennaio 2019, 17:22 - Ultimo aggiornamento: 30-01-2019 17:51
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