Libra, i colossi del web pronti a sfidare Facebook

Giovedì 20 Giugno 2019 di Francesco Lo Dico
Il luccichio di Libra, la nuova moneta virtuale lanciata in pompa magna da Facebook, è solo la punta dell'iceberg. Dalla Cina agli Stati Uniti, passando per l'Europa, i maggiori colossi digitali come Google, Amazon e AliBaba lavorano da anni sotto coperta - nell'indifferenza di tutti ma con la complicità delle istituzioni - per prendersi il business più grande: quello dei pagamenti finora appannaggio delle banche. La missione è chiara: prendere il posto degli istituti di credito per cancellarli, e disporre così di un potere illimitato che alla potenza di fuoco del possesso di miliardi di dati personali, aggiungerà quello più temibile di tutti: il controllo del nostro portafogli. Non parliamo qui di un futuro scientifico, ma di un presente che è già solida realtà. E dispone di numeri impressionanti.
 
Del resto, i pagamenti digitali in Italia sono in costante crescita. Secondo le stime dell'Osservatorio mobile payment del Politecnico di Milano, solo le transazioni digitali hanno avuto l'anno scorso una crescita del 50% e arriveranno a un valore 100 miliardi di euro già entro la fine dell'anno. In prospettiva, il più grande business della storia. Ma concentrato nelle mani di pochi, ovvero i soliti: i player più forti e titolati della gig economy. Per capire quali siano i progetti e le ambizioni di Amazon & co, occorre guardare alla Cina. Dove Alipay, ovvero la piattaforma di pagamento del colosso digitale Alibaba controlla ormai i portafogli di 600 milioni di persone che secondo i calcoli di McKinsey hanno effettuato pagamenti via smartphone per un totale di 790 miliardi di dollari. Buona parte di questi sono avvenuti tramite WeChat, il Whatsapp cinese che consente di pagare beni e servizi con un messaggino, e di chiedere danari tramite prestiti istantanei. Ed è proprio a WeChat che guarda Facebook per mettere le mani sulle operazioni digitali occidentali che hanno al centro la moneta Libra: pos con software aggiornati o tasti ad hoc, e qr code da inquadrare via smartphone per attivare le transazioni. Al ristorante si ordina, si mangia e si paga tutto con il telefonino, proprio come in Cina. Fino a due anni fa per i colossi digitali occidentali entrare nelle nostre tasche sembrava un'operazione impossibile.

Ma a coronare i desideri dei giganti del web ci ha pensato provvidamente l'Unione europea, quando a gennaio del 2018 ha varato la normativa Psd2 che ha riconosciuto ad aziende di ecommerce come Amazon e social media come Facebook la possibilità di diventare Pisp, ovvero Payment initiation service provider. Che cosa vuol dire? In parole povere, Bruxelles ha permesso a Google e agli altri di accedere ai nostri conto corrente (dietro consenso dell'utente, se Dio vuole) per raccogliere direttamente il pagamento dovuto senza il tramite di intermediari. Ma presto, complici alcuni Paesi europei spesso accusati di concorrenza sleale, l'affare è diventato ancora più strutturato e dirompente. A dicembre del 2018, Google ha ottenuto dalla Lituania una licenza per la e-money di Google Payment, che consente al titano di Mountain View di disporre delle credenziali delle carte di credito e di debito degli utenti, di fare acquisti on line e nei negozi fisici, di processare i pagamenti, di emettere una moneta digitale e di gestire portamonete virtuali sul modello di Alipay. E lo stesso tipo di facoltà finanziarie è stato consegnato due anni prima dall'Irlanda a mister Zuckerberg e dal Lussemburgo ad Amazon Payments Europe, che offre anche servizi di trasferimento e cambiavalute e piattaforme di pagamenti basati su criptovalute. Ed ancora più incredibile è quanto avvenuto non in un paradiso fiscale, ma nel Regno Unito, dove la normativa Open Banking, ha costretto le più grandi banche del Paese a condividere i dati dei clienti con le terze parti, previo consenso degli utenti. L'idea era in teoria quella di aprire alla concorrenza i mercati finanziari. Ma nella pratica i Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon e MicrosofT) e i Bat cinesi dall'altro (Baidu, Alipay e Tencent) si sono buttati a pesce in un oceano di miliardi di dati, serviti su un vassoio d'argento. Non è rimasta a guardare neppure Apple, che ormai dal 2015 ha lanciato Apple Pay negli Stati Uniti e oggi permette anche in Italia di pagare semplicemente avvicinando iPhone e Apple Watch ai Pos, e offre attraverso servizi come Boon anche carte di credito virtuali prepagate. Ma la marcia dei big del web non si arresta neppure di fronte all'America protezionista di Donald Trump. Dove Facebook e le altre multinazionali digitali lavorano alacremente a un'alleanza con big del settore bancario americano come Jp Morgan Chase, Citigroup, Wells Fargo e US Bancorp.

L'idea, già insufflata in occasione della presentazione di Libra, è quella di integrare servizi bancari dentro Messenger e Whatsapp, proprio come accade già per American Express, Mastercard, MoneyGram e PayPal. Ma la nuova frontiera della finanza digitale punta anche al mondo in espansione. E più precisamente all'Africa, dove colossi americani e cinesi offrono già oggi pagamenti via app e via sms a un pubblico povero e puntano a conquistare un miliardo e mezzo di persone che sono ancora prive di contocorrente per indurle a spendere. Ti siedi, ordini, clicchi sul telefonino e mangi. Niente soldi di carta, nessuna fatica. Sembra tutto bello e scintillante l'avvenire via social. Ma che ne sarà dei nostri dati personali? E come saranno usati? E se una transazione finanziaria è sospetta, i social collaboreranno con le istituzioni o si faranno scudo della privacy come accaduto negli ultimi dieci anni? Sotto il luccichio di Libra, si agita le acque di un mondo nuovo e ancora inesplorato. Forse un abisso che potrebbe condizionare definitivamente e per sempre le nostre esistenze. © RIPRODUZIONE RISERVATA