Monkey Island, così 30 anni fa i videogame scoprirono l'ironia

Martedì 13 Ottobre 2020 di Andrea Andrei

«Sono Guybrush Threepwood, un temibile pirata». Per molti ragazzini, cresciuti a cavallo fra gli anni 80 e 90, bastavano queste parole, accompagnate dalle note di un motivo dal sapore caraibico estremamente orecchiabile, per proiettarsi in un mondo di avventure, di enigmi, di narrazione e di ironia. The Secret of Monkey Island, primo capitolo di una delle saghe videoludiche più divertenti e rivoluzionarie di sempre, esordì su Pc, Atari ST e Macintosh il 15 ottobre 1990.

 

Il videogioco, prodotto dalla LucasArts di George Lucas e sviluppato da Ron Gilbert, Tim Schafer e Dave Grossman (con le musiche, strepitose, di Michael Land), dimostrò che i videogame non erano solo una sfida di abilità nel digitare sequenze di tasti, ma un mezzo con una potenza narrativa pari, se non superiore, al cinema. Per giocare a Monkey Island (la storia di un casinista che vuole diventare un pirata su un'isola caraibica popolata da personaggi improbabili) bastava un mouse e il protagonista non poteva morire: tutto stava nel risolvere una serie di enigmi per procedere con la storia.

 

Ma ciò che lo rese immortale fu l'ironia, e il fatto che i personaggi si rivolgessero direttamente al giocatore, ricordandogli di avere a che fare con un gioco e scherzandoci su. E poi, il colpo di genio: trasformare i duelli con la sciabola in duelli di battute fulminanti. Ricordando che la lingua, se usata con astuzia, può essere molto più tagliente di qualsiasi spada.


andrea.andrei@ilmessaggero.it

 

Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA