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Italia 2030, energia con sole e vento niente più fame di gas

Mercoledì 16 Marzo 2022 di Francesco Malfetano
Italia 2030, energia con sole e vento niente più fame di gas

Tenere “acceso” il Paese. È questo - forse un po’ cinicamente - l’unico obiettivo che oggi conta davvero per l’Italia.

La crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina rischia infatti di diventare la prima tessera di un domino che potrebbe finire non solo con il compromettere la crescita a medio termine del Paese, quanto con l’abbattere i consumi e trascinare la Penisola in una spirale di consunzione. Uno scenario doloroso alla cui conformazione hanno partecipato tutti i governi dell’ultimo trentennio legando a doppio filo l’Italia alla Russia per l’approvvigionamento di un bene primario: l’energia appunto. Nel 2021 abbiamo importato - da un gasdotto che parte dalla Siberia, passa per Slovacchia e Austria e finisce in provincia di Udine - il 38,2% del gas consumato. In crescita rispetto agli anni passati, anche nel tentativo di diminuire la dipendenza energetica dal petrolio. Una mossa che definire solo ingenua è quasi azzardato anche perché, già nel 2014, la Commissione Ue, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia, aveva espresso una forte raccomandazione per la diminuzione della dipendenza da Mosca.

IL NUOVO NUCLEARE

E perché sia del tutto chiaro, il gas che arriva in Italia non è utile solo a riscaldare le nostre case ma soprattutto a tenerle “accese”, perché serve per produrre gran parte della corrente elettrica. Per cui, per reagire, non basterà aspettare la bella stagione come si è fatto per le prime ondate del Covid, altrimenti il prossimo autunno saranno guai. Stando alle statistiche elaborate da Our World in Data basandosi sui dati di BP Statistical Review of World Energy & Ember, nel 2021 il 48,5% della corrente prodotta in Italia è infatti dipesa dal gas. Ed è proprio su questi numeri che è tarata la strategia messa in piedi dal governo per fronteggiare l’emergenza. Se lo sdoganamento sul “nuovo” nucleare già operato da Mario Draghi strizza l’occhio a scenari futuri e futuribili, nell’immediato le strategie dell’esecutivo sono più articolate. Accantonata, per ora, l’ipotesi di riaprire le centrali a carbone chiuse perché la spesa è troppo alta e alla ricerca di un po’ di flessibilità per il passaggio all’energia green, in prima linea c’è il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani: «Stiamo lavorando con impianti nuovi, rigassificazione e contratti a lungo termine, rinforzo delle nostre infrastrutture e ragionevolmente in 24-30 mesi dovrebbero consentirci di essere indipendenti». Uno dei temi fondamentali del resto è proprio questo: i rigassificatori, che servono per ritrasformare il gas da liquido - stato in cui viene trasportato - a gassoso. Ora l’Italia ne ha tre, che vanno al 60% della loro capacità ma possono essere portati a un’efficienza superiore in poco tempo. Inoltre, entro l’estate verrà installato un primo rigassificatore galleggiante. Intanto però, in sintonia con la Commissione Ue, l’obiettivo è far arrivare nel Vecchio Continente più gas possibile da altri Paesi. Target a cui sta lavorando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in stretta sintonia con Eni e l’amministratore delegato Claudio Descalzi. Nelle scorse settimane sono volati insieme in Algeria e Qatar (ma anche in Congo e Angola) per siglare nuovi accordi e potenziare la fornitura attraverso i due gasdotti già esistenti. Per l’Italia al momento il Qatar è il terzo esportatore di gas naturale - dopo Russia e Algeria - e il primo di gas naturale liquefatto, per una fornitura pari a quasi il 10% del totale delle importazioni. L’Algeria invece ha già promesso a Roma di aumentare di circa 2 miliardi di metri cubi le sue forniture per arrivare a 30 nei prossimi mesi. Ma per l’import gli occhi sono puntati anche sulla Puglia. Vale a dire sul Tap, il Gasdotto Trans-Adriatico entrato in funzione nel 2020, che permette all’Europa di importare il gas estratto in Azerbaijan. I primi colloqui con il presidente della Repubblica azera, Ilham Aliyev si sono già tenuti e se per ora si raggiungerà “solo” il pieno utilizzo dell’attuale capacità di 10 miliardi di metri cubi/anno, la portata entro il 2027 sarà raddoppiata. D’altro canto però il governo punta forte sull’eolico, le grandi pale insomma. Insieme al solare, è la fonte che di qui a trent’anni sarà dominante nel nostro Paese, di là dei rallentamenti determinati dalla guerra in Ucraina. Tant’è che ha “forzato” le procedure, sbloccando le pratiche in Consiglio dei ministri scavalcando enti locali o Beni culturali, per il potenziamento o la costruzione ex-novo di ben 18 impianti per un totale di 1.407 MW. Numeri importanti che però possono confondere. Parliamo infatti di circa 1,4 GW, quando per raggiungere l’obiettivo della transizione energetica chiesta dall’Ue, sulla Penisola andrebbero installati - entro il 2030 - impianti per la produzione di energia rinnovabile per 70 GW, con una media di 9 GW l’anno. Un obiettivo quasi irraggiungibile al ritmo attuale. Basti pensare che nel 2021 è stato installato appena 1 GW.

LA CONTRAPPOSIZIONE

La situazione è in tutta evidenza complessa, tant’è che i due colossi energetici italiani sono su posizioni molto distanti. Se Eni, pur puntando da sempre sull’energia green, ora sta affiancando il governo per risolvere la crisi aumentando le importazioni di gas, Enel - anche in virtù di una strategia aziendale che in questi dieci anni si è rivelata vincente - sembra essere di tutt’altro avviso e, puntando a costruire una sua influenza politica (storicamente minore rispetto a Eni, pur avendo negli ultimi anni ricavi migliori), ha indicato una ricetta diversa. Secondo l’ad Francesco Starace infatti, bisognerebbe partire riducendo da subito la dipendenza dal gas, diminuendo quello che si brucia per generare energia elettrica per favorire le rinnovabili (arrivando a 60 GW nei prossimi 3 anni con un investimento da 80 miliardi). Contestualmente andrebbe ridotto il quantitativo di gas destinato a usi civili sfruttando appieno le tecnologie oggi disponibili (convertendo i sistemi di riscaldamento da caldaie a gas per a pompe di calore). Infine bisognerebbe diversificare l’approvvigionamento del gas per usi industriali e civili residui. Realizzando almeno altri due rigassificatori di Gnl che permettano di gestire in maniera più efficace e preventiva le eventuali crisi. Tale contrapposizione non aiuterà a risolvere i problemi contingenti del Paese con la necessaria rapidità. C’è però una certezza: fatalmente nel lungo periodo - si suppone nel 2030 - si imporranno pale e solare, modificando profondamente la fisionomia del Paese. Magari con qualche spinta del nucleare di nuova generazione.

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Ultimo aggiornamento: 17 Marzo, 09:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA