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Rischio Metaverso, per la generazione Tamagotchi i figli sono virtuali e la famiglia è un gioco

Mercoledì 15 Giugno 2022 di Matteo Grandi
Getty Images

In un suo recente saggio dal Titolo “Al by Design: A Plan for Loving with Artificial Intelligence” la psicologa comportamentale Catriona Campbell, ha approfondito il tema della “generazione Tamagotchi”.

Una locuzione molto azzeccata – e un po’ inquietante – per definire le persone che nelle vita reale non vogliono/non possono/non hanno l’età per fare i genitori ma che nel metaverso potranno invece crescere dei figli digitali. Niente di inedito per chi è immerso nella tecnologia ma qualcosa di potenzialmente destabilizzante per chi alle frontiere e agli eccessi di una vita iperconnessa non è ancora abituato. Eccessi che, non appena il metaverso diventerà ufficialmente parte della nostra quotidianità, saranno amplificati fino a cambiare (forse) la nostra stessa percezione della realtà. Fra gli infiniti possibili scenari di una vita vissuta da avatar in questo universo parallelo metà realtà virtuale e metà effetto reale sulla vita vera (soldi e tempo spesi nel metaverso saranno sottratti anche al nostro io in carne e ossa), c’è anche la prospettiva di una genitorialità simulata. Un po’ come accadeva con il vecchio Tamagotchi, il pulcino elettronico, tanto tenero (nella sua forma di batuffolo pixelato e indifeso) quanto diabolico (nella dinamica e negli effetti di un meccanismo crudele) che ha inflitto a un’intera generazione di aspiranti accuditori fallimenti e frustrazioni.

Per i più giovani: il Tamagotchi è un gioco elettronico giapponese, molto in voga alla fine degli anni ‘90, rappresentato da una console in miniatura, a forma di uovo, il cui scopo è quello di prendersi cura di un animaletto, badando al suo sostentamento e alla sua educazione. Un simulatore di vita vero e proprio in cui, se non sei abbastanza bravo e puntuale nello stare dietro a tutte le esigenze della creaturina, questa muore e il gioco finisce. Ora quell’idea di gioco, grazie al metaverso, può evolversi in qualcosa di molto più realistico. Presto chiunque lo vorrà potrà “giocare” a fare il genitore nella realtà virtuale, veder crescere i propri figli che, in virtù dei progressi della tecnologia, avranno sembianze e comportamenti praticamente identici a quelli dei bambini in carne e ossa. E grazie all’intelligenza artificiale tarata su questi cuccioli virtuali, trasmetterà loro elementi caratteriali dei genitori, rendendo letteralmente unico ogni figlio virtuale. Ho imparato ormai da tempo a non scandalizzarmi né tantomeno ad assumere un atteggiamento da bacchettone di fronte al progresso che avanza. In primo luogo perché il progresso non si può fermare (si può al massimo cercare di comprenderlo). In secondo luogo perché la strada intrapresa dall’evoluzione tecnologica non è una strada aliena, ma è il frutto, la somma e il prodotto della società che abbiamo costruito. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Questo approccio alla modernità non mi impedisce però di essere scettico. Ma lo scetticismo non è tanto rivolto alla nuova frontiera della (fanta)scienza a cui noi, Black Mirror-addicted, siamo decisamente rodati, quanto all’uso che i singoli individui faranno di questa opportunità. Giocare a fare i genitori virtuali non è certo un peccato, ma da padre di una bimba di 11 mesi in carne e ossa, che richiede un impegno e una dedizione che nessun programmatore di Menlo Park potrà mai anche solamente immaginare, mi chiedo se dietro all’idea di giocare a fare le mamme e i papà virtuali, in un mix tra l’adozione e il gioco di simulazione, non si celi il rischio di una deresponsabilizzazione; non si annidi l’idea balzana che sia meglio lasciare i compiti più gravosi e impegnativi alla realtà virtuale perché la vita vera, quella in 3D, fatta di gioie e dolori tangibili è meglio riempirla con cose meno vincolanti e preoccupanti. Alleggerirla fino al punto da trasformarla in un’adolescenza no stop, perché la parte degli adulti viene lasciata ai nostri avatar. Poi, certo, le ragioni per cui si potrebbe scegliere di crescere dei figli virtuali sono potenzialmente infinite e giudicare sarebbe perlomeno superficiale. Ma l’idea che la genitorialità possa diventare un gioco e che l’acquisto dei pannolini possa essere compensato dall’acquisto di un visore 3D qualche perplessità me la lascia. E anche un leggero senso d’inquietudine. Un rumore di fondo a cui non voglio dare troppo peso, ma che non posso neanche ignorare. 

Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 07:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA