Robot a scuola, Salvatore Rionero, ad di Protom: «L'automa riuscirà a migliorare la convivenza»

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Nando Santonastaso
Robot a scuola, Salvatore Rionero, ad di Protom: «L'automa riuscirà a migliorare la convivenza»

«A molti finora è capitato di avere esperienze con i robot umanoidi e, a parte l’iniziale stupore, pochi ne conserviamo particolare memoria. 

Noi abbiamo invertito il processo: abbiamo scelto un contesto affascinante quale quello della scuola, abbiamo chiesto a docenti e studenti cosa avrebbero voluto che un robot, posto in classe, facesse e lo abbiamo realizzato», dice Salvatore Rionero, Amministratore delegato di Protom da cui è partito l’intero progetto.

Siete partiti a ritroso, e sulla scorta di indicazioni raccolte sul campo: cosa vi aspettate dalla sperimentazione?

«Che nascano nuove idee in grado di essere implementate e di contribuire a migliorare le classi in cui la convivenza con l’Intelligenza Artificiale è prevista. Non è una fase di pre-vendita, in altre parole: vogliamo capire giorno per giorno cosa succede. C’è stata una prima fase di “Google home”, per così dire, a dicembre, in cui l’interazione con il nostro robot è stata realizzata: domande, spunti, idee. Ne abbiamo tratto la conclusione che molto dipenderà dal ruolo dei docenti e dallo spazio che lasceranno a questa nuova entità».

I ragazzi sono nati digitali, i docenti no…

«Siamo a uno spartiacque. L’approccio è forzatamente diverso e serve dunque un nuovo equilibrio, nella consapevolezza che la platea dei docenti è molto vasta e non tutti probabilmente si lasceranno coinvolgere almeno all’inizio».

Anche Scienze sociali e tecnologia più avanzata sembravano inconciliabili tra di loro.

«È vero. Noi siamo partiti dal fatto che la tecnologia oggi è una commodity, come l’acqua o la corrente elettrica. La sfida è l’interazione, capire cioè come un ecosistema sociale possa interagire con le macchine». Perché l’Italia e non gli Usa o la Cina per primi su questa sperimentazione, secondo lei? «Perché prevale l’aspetto culturale che noi italiani abbiamo nel nostro Dna».

Perché l’Italia e non gli Usa o la Cina per primi su questa sperimentazione, secondo lei?

«Perché prevale l’aspetto culturale che noi italiani abbiamo nel nostro Dna. Noi ci siamo concentrati su che cosa deve fare un robot e partire dalle scuole era una scelta pressoché obbligata. Ciò che rende particolarmente emozionate questa nuova sfida è la convinzione che il suo successo avrà un impatto “disruptive” sul futuro dell’educazione scolastica».

Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 09:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA