Stanze virtuali, dopo il lockdown app in decrescita. Houseparty verso la chiusura

Mercoledì 22 Settembre 2021 di Raffaele d'Ettorre
Stanze virtuali, dopo il lockdown app in decrescita. Houseparty verso la chiusura

La festa è finita: Houseparty, la app per videochiamate diventata popolarissima durante i primi mesi della pandemia, è in procinto di chiudere. Il social network mobile era stato acquisito dall’azienda statunitense Epic Games nel 2019 e integrato nel popolarissimo videogame Fortnite lo scorso anno, consentendo agli utenti di giocare e videochattare contemporaneamente. La decisione è stata presa dalla stessa Epic, che l’aveva rilevata per 35 milioni di dollari nel 2019. «Non prendiamo alla leggera questa scelta», comunica Epic sul sito della app. «Anche se Houseparty non ci sarà più, speriamo che i ricordi che avete creato al suo interno dureranno per tutta la vita». La decisione in un primo momento parrebbe dettata da logiche di riorganizzazione interna: lo staff di Houseparty sta lavorando a nuovi progetti, primo fra tutti l’ultimo, ambitissimo trend del “metaverso”, cioè il nuovo modo di intendere i social network che permetterà agli utenti di interagire in una realtà tridimensionale e interamente digitale. E proprio al metaverso ammiccava Houseparty, almeno nella sua forma embrionale: dalle feste di compleanno alle proposte di matrimonio, i giocatori di Fortnite hanno usato il sistema di videochat per interagire nei modi più disparati, in un periodo in cui la fame di interazione umana era alle stelle.

IL VOLO ALLE STELLE

È stata infatti la stretta del primo lockdown a far schizzare in alto i numeri della app, che ha visto un picco di 17,2 milioni di download nel marzo 2020 (a febbraio dello stesso anno erano poco più di 500.000). Il lockdown però è finito e adesso la scelta di Epic di staccare la spina ad Houseparty appare dettata da precise strategie aziendali volte a cavalcare l’onda del “new normal”. Sollevate e ammorbidite le restrizioni dopo la prima ondata di vaccinazioni, viene naturale chiedersi che fine faranno queste meteore digitali. Emblematico il caso Clubhouse, il social network dove si interagisce solo a voce. Quando è stato lanciato nel marzo del 2020 aveva poche centinaia di utenti ed era valutato 100 milioni di dollari. Pochi mesi dopo valeva già 1 miliardo, per assestarsi poi a 4 durante la sua fase di boom. Ma è la curva degli utenti a fotografare con precisione chirurgica l’attuale andamento del mercato: i download e le installazioni totali sono crollati dal dato impressionante di 9,6 milioni a febbraio 2021 a quello preoccupante di 643mila ad aprile. A giugno l’app ha riguadagnato in popolarità (7 milioni di nuovi download) in seguito alla decisione di renderla accessibile a tutti, e non più solo su invito come era stata fino a quel momento. La scelta di aprire i battenti di Clubhouse (e di renderla disponibile anche su Android) è stata azzeccatissima in risposta al disastro di aprile ma la ripresa ha avuto durata breve. I numeri sono scesi di nuovo ad agosto e si assestano adesso intorno al milione di nuovi download, tanto che viene da chiedersi se questa curva altalenante non sia in realtà il sintomo di una lenta agonia. A pensarci bene il social creato da Paul Davison e Rohan Seth sembra cucito su misura per la pandemia e mostra con chiarezza fortune e limiti delle bolle tech basate sul distanziamento sociale. Su Clubhouse si interagisce attraverso stanze virtuali dove gli utenti possono scambiarsi messaggi vocali; si accede con un click e una volta dentro si può decidere se restare semplicemente in ascolto o chiedere la parola con un’alzata di mano virtuale.

IL RISVOLTO

Un sistema efficace per superare i vincoli fisici, specie tra gruppi di amici bloccati a casa. Le stesse persone che però oggi si chiedono se valga la pena rinchiudersi ancora in una stanza virtuale quando si può benissimo cenare insieme. Parte così l’esodo e di certo non aiuta il fatto che tra maggio e giugno giganti dell’hi-tech del calibro di Twitter, Facebook e Spotify (anche Amazon ci sta lavorando) abbiano lanciato una funzione audio molto simile a quella di Clubhouse, integrandola su piattaforme con bacini di utenza consolidati da anni. Stessa direzione per le stanze di meeting virtuali, popolarissime nei primi mesi del 2020: Zoom è stato uno dei maggiori beneficiari delle restrizioni che hanno spinto milioni di persone nel mondo a lasciare l’ufficio e le scuole, approdando in massa sulle app di videoconferenza. Gli utenti attivi sono così passati dai 10 milioni del 2019 ai 200 milioni del marzo 2020. Questa crescita formidabile è però rallentata in modo significativo nel secondo quadrimestre del 2021, portando a un calo in Borsa del 14% nel mese di agosto. «Il lavoro non è più un luogo, è uno spazio in cui Zoom aiuta i tuoi team a connettersi e dare vita alle loro migliori idee», ha dichiarato a giugno Eric Yuan, fondatore e amministratore delegato di Zoom. La sua fiducia non ha però trovato eco negli investitori, che vedono nella riapertura degli spazi reali la fine dell’era d’oro per i meeting virtuali.

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Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 16:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA