Cellulari costruiti in Oriente: è allarme spie anche in Italia

Venerdì 16 Febbraio 2018 di Valentino Di Giacomo

«Non comprate smartphone cinesi perché potreste essere spiati»: è l'allarme lanciato ieri dagli 007 americani. I cellulari cinesi secondo le informazioni a disposizione dell'intelligence statunitense sarebbero utilizzati come strumenti per intercettare telefonate, messaggi, audio, video e traffico internet. Sotto accusa sono finite le due maggiori aziende cinesi: Huawei e Zte. L'accusa verso i colossi orientali è stata lanciata da Cia e Fbi soltanto ieri, ma del potenziale rischio ne sono a conoscenza da anni anche i Servizi segreti italiani. Un allarme che apre un enorme interrogativo sulle capacità del nostro Paese nel sapersi cautelare dalle attività di spionaggio e hackeraggio.

Intanto da Pechino non si è fatta attendere la replica di Huawei che ha giustificato l'attacco ricevuto con la volontà degli americani di indebolire l'espansione commerciale della multinazionale cinese. «La Huawei è consapevole di una serie di attività del governo degli Stati Uniti che sembrano destinate ad inibire il business della società sul mercato americano e hanno scritto dall'azienda siamo certi di godere della fiducia di governi e clienti in 170 Paesi in tutto il mondo».

Eppure del pericolo di spionaggio cinese, non solo attraverso gli smartphone Made in China, se ne parla da tempo anche in Italia. «Esistono informazioni spiegò il vicepresidente del Copasir, Giuseppe Esposito, in un'intervista rilasciata già nel 2015 che alcuni cellulari di marca cinese siano utilizzati per fare attività di spionaggio, peggio ancora funziona con router e server al punto che diversi Paesi del Nord Europa, Israele e Usa, hanno proibito la partecipazione a gare pubbliche a queste società». Non funziona così in Italia dove invece le gare d'appalto per le telecomunicazioni sono aperte a tutti gli operatori anche extraeuropei, nonostante il pericolo del Grande Fratello cibernetico sia conosciuto ormai da molto tempo. Gli smartphone sono in pericolo, ma il vero problema è rappresentato dalle infrastrutture critiche del Paese che adoperano tecnologie cinesi potenzialmente utilizzabili da Pechino per fare attività di spionaggio. Un dossier finito già da alcuni mesi sul tavolo del ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, intenzionato ad apportare delle contromisure. Al momento gli operatori di telecomunicazione operanti in Italia si avvalgono in gran parte di tecnologie extraeuropee a differenza di quanto avviene all'estero.
 
Basti pensare che nel Regno Unito, prima di consentire la commercializzazione alla British Telecom di apparati Huawei, è stato costituito un apposito comitato e un laboratorio di valutazione per ispezionare i cosiddetti «codici sorgenti» e realizzare software verificati per l'utilizzo delle tecnologie cinesi. Anche i Servizi inglesi avevano infatti segnalato l'influenza governativa cinese verso le due aziende nazionali. Negli Usa da tempo i due maggiori operatori di telecomunicazione, At&T e Verizon, hanno abbandonato le tecnologie Huawei. Allarmi inascoltati nel nostro Paese dove le reti 4G e 5G viaggiano per gran parte su strumentazioni made in China. Proprio all'inizio di febbraio, il comune di Roma ha siglato una partnership con Zte per lo sviluppo della rete 5G. Ciò avviene nonostante gli allarmi diffusi da anni dai Servizi di sicurezza internazionali nei propri dossier ritenendo la Cina un paese molto aggressivo nello spionaggio e nella cyber-intelligence, un atteggiamento che è parte integrante della propria dottrina militare. I cinesi secondo i report degli 007 - utilizzerebbero la propria strategia commerciale a prezzi ribassati rispetto alla concorrenza proprio per penetrare nei mercati europei e appropriarsi di informazioni sensibili.

E se al momento il governo non ha regolato in maniera efficace le proprie infrastrutture critiche per difendersi dal possibile spionaggio cinese, non va assolutamente meglio con i russi: esattamente un anno fa proprio «Il Mattino» diffuse in esclusiva i documenti hackerati al Ministero degli Esteri. I server della Farnesina si avvalevano di software russi per impedire agli hacker di penetrare nel proprio sistema e ancora oggi sia la Farnesina che la maggior parte dei ministeri italiani utilizza gli anti-virus della russa Kaspersky. Fino al 2020 il ministero dell'Interno avrà protezione dalla Kaspersky, così i Carabinieri, la Guardia di Finanza, il Comando C4 della Difesa, l'Aeronautica e la Marina. Ciò avviene nonostante le intelligence americane abbia messo in guardia più volte gli Stati alleati dei rapporti opachi sempre smentiti da Kaspersky tra la multinazionale russa e il Cremlino. Come se non bastasse anche Terna, la rete elettrica nazionale, usa tecnologie Kaspersky.

Ovviamente anche le denunce dell'ex agente della Cia, Edward Snowden, sulle operazioni di spionaggio poste in essere dagli 007 americani attraverso strumentazioni di società statunitensi obbliga l'Italia a prestare massima attenzione su ogni genere di tecnologia prodotta all'estero. Pur se con ritardo, almeno le infrastrutture critiche andrebbero messe al sicuro affidandosi al Made in Italy. È uno dei motivi per cui dopo l'inchiesta del «Mattino» il governo decise di affidare il tema della cybersecurity direttamente ai nostri Servizi segreti.

Quanto allo spionaggio dei cellulari non deve meravigliare che alcuni governi intendano spiare il traffico telefonico di semplici cittadini. Negli aeroporti di molti Paesi, ad esempio, le colonnine per ricaricare il cellulare sono utilizzate da diversi Servizi segreti anche se spesso con scopi di antiterrorsimo - per esfiltrare tutti i dati attraverso la porta Usb, senza che l'utente se ne possa accorgere, mentre il telefono è lasciato in carica. I tempi del Grande Fratello non sembrano conoscere la privacy.
 

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