Smartphone, la dipendenza nascosta: il 17% dei Centennials non riesce a staccarsi

Martedì 11 Giugno 2019 di Mariagiovanna Capone
I dati sono allarmanti eppure mancano ancora gli strumenti specifici per combattere la dipendenza da tecnologia. Una recente ricerca promossa da «Telefono azzurro» si è concentrata sulla Generazione Z o Centennials, ossia i nati tra il 1996 e il 2010: 17 ragazzi su 100 non riescono a staccarsi da smartphone e social, uno su 4 è sempre online, il 45 per cento si connette più volte al giorno, il 78 per cento «chatta» su Whatsapp continuamente, e il 21 per cento si sveglia di notte per controllare l'arrivo di eventuali nuovi messaggi. Il bisogno di chattare è irrefrenabile per i giovanissimi che usano soprattutto WhatsApp (76 per cento), ma ultimamente è aumentato l'uso, e l'abuso, di Instagram con il 62 per cento delle preferenze, mentre Facebook è il social più usato tra gli adulti. Ancora più drammatici i dati dell'Osservatorio Nazionale sull'Adolescenza da cui emerge che i ragazzi trascorrono il loro tempo con il telefono in mano: il 46 per cento degli 11-13enni resta attaccato allo smartphone al massimo 2 ore mentre il 44 per cento dei più grandi arriva a stare al telefono anche 6 ore al giorno. Il 15 per cento del campione totale (il 73 per cento sono ragazze) trascorre più di 10 ore; il 18 per cento dalle 7 alle 10 ore e la maggior parte di loro è sempre femmina (70 per cento).
 
L'uso smodato e compulsivo di smartphone e tablet sta creando nuove forme di dipendenze, ancora poco studiate se non in congressi internazionali, che possono portare a forti stati d'ansia, depressione, attacchi di panico e essere l'origine di patologie fisiche gravi oltre che minare la psiche. In cima alla lista c'è la nomofobia, ossia il timore ossessivo di non essere raggiungibili al cellulare, che colpisce più del 53 per cento dei giovani tra i 18 e i 29 anni, innescando tra gli altri mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico e nausea. Oltre a questo disturbo, ce ne sono molti altri come ringxiety (sentire lo squillo del cellulare anche quando non c'è), phubbing (ignorare chi ci sta davanti concentrandosi sul proprio smartphone), like addiction (dipendenza da like), vamping (connettersi di notte), fino all'hikikomori ovvero ragazzi che vivono una sorta di isolamento volontario, molto presenti in Giappone e che ora iniziano a espandersi anche in Italia: si parla di almeno 120 mila giovani, tra i 14 e i 30 anni, connessi e isolati. Poi ci sono le patologie fisiche come textneck (collo dolorante e schiena intorpidita causati dal guardare il display dello smartphone in continuazione), tendinite del polso, abbassamento della vista, pollice da smartphone. E infine ci sono le conseguenze dell'uso distorto cdella rete e dei social, come sexting (foto o video intimi inviati in chat), cyberbullismo, revenge porn (pubblicazione su social o chat di materiale intimo), selfie killer (morti per scattarsi una foto), hate speech (insulti continui), grooming (adescamento in rete). «L'abuso dei social network può portare all'isolamento come conseguenza della nomofobia», afferma Ezio Benelli, responsabile per l'Italia dell'Associazione Mondiale di Psichiatria Dinamica Wadp. «L'utilizzo smodato e improprio del cellulare come di internet può provocare non solo enormi divari tra le persone, ma anche portarle a chiudersi in se stesse, sviluppare insicurezze relazionali o alimentare paura del rifiuto, a sentirsi inadeguate e bisognose di un supporto anche se esterno e fine a se stesso».

L'uso compulsivo dello smartphone o l'esigenza di essere sempre connessi è una malattia? Da un punto di vista medico no, anche se molti psichiatri consigliano a coloro che sono consci di una dipendenza strutture specializzate dove disintossicarsi dal web. «Per me non si può parlare di malattia. Si corre il rischio di focalizzarsi su un risultato che nasce dal vero problema: cosa spinge un ragazzino a svegliarsi di notte per controllare i like, per esempio», precisa Antonella Bozzaotra, presidente dell'Ordine degli psicologi della Campania e responsabile dell'Unità Operativa di Psicologia Clinica della Asl Napoli 1 Centro. «È difficile capire anche quando si va oltre continua - Chi fissa questo limite? Chi stabilisce che controllare i like sia una malattia? Sicuramente è eccessivo far dipendere il proprio umore dai like sul nostro profilo Facebook, ma va compreso perché è così importante per una persona». Secondo Bozzaotra «gli smartphone possono essere di grande aiuto, noi psicologi della Campania - evidenzia - abbiamo stabilito le linee guida per le prestazioni psicologiche erogate direttamente on line. È un mezzo per interagire con l'esterno, presente in tutte le classi sociali, quindi democratico. Tuttavia va sviluppato un uso consapevole: patologizzare qualcuno affermando sei social dipendente, cosa ci porta? A niente, perché non posso curare una persona dicendogli non andare più sui social, devo invece capire da cosa nasce questo suo impulso». Anzi spesso «definirla malattia è controproducente per il processo di consapevolezza, perché deresponsabilizza dalla propria scelta. Urge quindi comprendere che queste persone, perché vogliono questa continuo prolungamento del sé mettendo la propria vita online», precisa.

Eppure qualcosa si muove. L'Ufficio dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza ha promosso in collaborazione con l'Istituto Don Calabria il progetto «Libera mente» portato in sei scuole italiane tra cui l'Istituto comprensivo «Europa Unita» di Afragola, focalizzato in particolare sul tema delle tecno dipendenze, ovvero dell'uso scorretto di cellulari, computer, videogiochi, internet e social network. Ultimo aggiornamento: 12:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA