Tv, Gerry Scotti: «Per fare tanti ascolti ci vuole un miracolo»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Marina Cappa
Tv, Gerry Scotti: «Per fare tanti ascolti ci vuole un miracolo»

L'ultimo Tú sí que vales, dove ha debuttato come giudice nel 2014, ha nuovamente battuto Ballando con le stelle e fatto 5,4 milioni di ascolti. Ma lui lo si trova anche il giovedì, nella prima serata di Canale 5 con Chi vuol essere milionario?, che festeggia il ventennale. E in Caduta libera!, preserale della stessa rete, con una media di oltre 3 milioni di ascolti.
Gerry Scotti, quanta energia ci vuole a 64 anni?
«Siamo molto bravi a organizzarci. Il Milionario l'ho fatto tutto a inizio settembre: 8 puntate in dieci giorni, girato come un film. Tú sí que vales invece lo registriamo a Roma da inizio luglio, con la finale in diretta il 28 novembre».
Non le capita mai di sentirsi un po' salvatore della patria, il richiamato speciale in caso di problemi?
«Le scelte le condivido, non le subisco più. Con il Milionario ero consapevole che sarei andato contro le più importanti fiction di Rai1, come Doc - Nelle tue mani con Argentero. Ma sapevo anche di essere una killer application».
Che cosa significa?
«Una volta voleva dire vincere, oggi fare comunque bella figura. Missione compiuta: se fai quasi il 10% di share contro la più importante fiction della Rai e costi quanto il mio programma, è un miracolo. Più che se facessi il 14% con un altro varietà che costa tre volte tanto».
È un periodo difficile...
«Negli studi viviamo come in un pronto soccorso, controllati tutti i giorni».
E c'è una sofferenza economica. I suoi concorrenti come sognano di investire eventuali milioni?
«Mai come oggi l'arrivo di una somma può cambiarti la vita. Non solo il milione, anche 30 mila euro. Le vincite servono a colmare necessità primarie: gli studi, un master, il dentista... Soprattutto, a 20 come a 50 anni, un mutuo. Al momento ovviamente il giro del mondo non lo si sogna più, al massimo si può andare a Frascati».
A lei un sogno è rimasto?
«Ho avuto la fortuna di diventare popolare, fare un lavoro bello, molto ben retribuito. Da ragazzo sognavo di comprarmi una casa. Ne avevo presa una anche ai miei genitori che non se la sono goduta perché in due anni sono morti. E io, con le mie conoscenze e i miei soldi, non ho potuto farci nulla. Adesso il sogno è riprendere a viaggiare. Ma per ora il momento puro del lavoro è il massimo divertimento».
Lei è nato in provincia di Pavia ed è da sempre legato a Milano. Come vive Roma, dove registra Tú sí que vales?
«Ho un entourage di gente nativa di Roma che lavora a Milano e viceversa. Trovo grande puntualità ed efficienza nel modello romano, quando arrivo agli studi della Titanus mi sembra quasi di essere in Svizzera. Glielo dico sempre: siete diventati peggio di noi milanesi, e anche più bravi. Lo so: detto così, sembra molto democratico cristiano».
Lei si definirebbe democristiano?
«Non mi riconosco più in alcun partito vivente».
La sua carriera è iniziata dalla radio, e l'11 ottobre ha condotto la finale di I love my radio, primo evento collettivo di tutte le emittenti. Merito del virus questo afflato comune?
«I dieci anni alla radio sono stati la palestra più importante. Oggi, l'unico modo di uscire dalla crisi era fare fronte comune. E non era facile: questo è uno dei mondi più litigiosi che esista, peggio del calcio, ha sempre creato tifoserie. Io vorrei fare una iniziativa insieme all'anno».
Da tifoso, milanista, come vede il futuro il calcio?
«Il calcio è un paradigma della normalità italiana, sospendere il campionato è uno di quei grandi segnali che mettono in ginocchio una nazione, come la chiusura della scuola. Se invece si giocano tutte le partite, ci sembra di stare un po' meglio. Come quando io in lockdown facevo tutte le sere Striscia la notizia: una piccola oasi in un universo di repliche e trasmissioni sospese, che serviva a farci sentire ancora vivi».
A proposito di vita: in dicembre diventa nonno. Si chiamerà Virginia, femminile del suo nome prima di diventare Gerry?
«Eh, vorrei poterlo dire. Ma gli sposini hanno assoluta libertà di scelta. A mio favore depone il fatto che è un bel nome, mentre se era un maschio non li potevo spingere a chiamarlo Virginio: già non l'ho usato io».

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