L'infettivologa Di Giuli: «La doppia dose di vaccino, unica arma contro le varianti»

Martedì 6 Luglio 2021 di Fabio Nucci
Cinzia Di Giuli, infettivologa

PERUGIA - La strada verso il ritorno alla normalità comincia a farsi meno in salita anche se la parola d’ordine resta “prudenza”. Lo ricorda Cinzia Di Giuli, a capo della struttura semplice di Malattie infettive al Santa Maria di Terni per la quale la lotta al virus è ancora in corso pur se con meno contagi e, soprattutto, meno degenti Covid. Preoccupano le varianti, in particolare la Gamma e la Delta all’origine di contagi tra vaccinati e di reinfezioni, specie tra giovani che hanno contratto il virus in forma lieve.
Dottoressa Di Giuli, come valuta l’attuale fase epidemica?
«Un momento di passaggio, ma dobbiamo essere ancora più prudenti. Il 28 giugno è stato revocato l’obbligo di usare le mascherine all’aperto, ma questo non significa che siamo liberi tutti: se c’è un rischio di assembramento o non siamo in grado di mantenere le condizioni di sicurezza, la mascherina va indossata. Specie se veniamo a contatto con persone non conosciute delle quali non conosciamo né lo stato immunologico, né lo stato di salute».
Quali i rischi?
«Stiamo vedendo un’evoluzione delle varianti del virus: ne abbiamo molte e alcune più preoccupanti come le Alfa, Beta, Gamma e la Delta che imperversa di più. Ma ce ne sono anche altre, 11 in tutto, fino alla Lambda, considerate di interesse e che devono essere tenute sotto controllo e valutate. La variante Epsilon, ad esempio, isolata negli Usa è all’origine di sporadici casi anche in Europa».
Perché preoccupano queste varianti?
«Cambia la capacità di contagio e la Delta, ad esempio, lo è molto di più, ma può cambiare anche l’espressione clinica: le varianti possono rivelarsi più contagiose per i giovani o avere una minore risposta alla vaccinazione. Per questo è importante restare prudenti, ricordando che la mascherina chirurgica, se indossata da tutti, protegge all’80%. Portare la FFp3 d’estate è fastidioso, ma protegge al 99% e se la persona non è stata o non può essere vaccinata, con la sanificazione delle mani, è l’unico presidio sicuro».
La vaccinazione resta l’unica arma contro le varianti?
«Sì e con due dosi. Una sola dose offre una minore protezione rispetto alle nuove varianti, essendo il vaccino stato progettato rispetto al virus selvaggio. Questo spiega perché nel Regno Unito è dilagata la variante Alfa (inglese). Si è preferito vaccinare di più invece che iniettare le due dosi secondo i tempi canonici: la campagna è stata estesa ma la variante inglese si è rivelata più robusta. Servono due dosi per essere protetti».
Perché ci si infetta dopo la vaccinazione?
«Il ciclo completo protegge dalle forme gravi, non ci assicura che non ci si ammali mai, un po’ come il vaccino anti-influenzale. C’è sempre bisogno di accortezza, considerando che ci sono persone che a causa di patologie non possono vaccinarsi. Una volta raggiunta l’immunità di gregge (il 70% circa di coloro che possono vaccinarsi) potremo stare più tranquilli e tornare a fare una vita meno preoccupata».
Come si spiegano invece le reinfezioni?
«Chi ha contratto il virus in forma lieve, in particolare i giovani, non sviluppa una grande immunità, non ce la fa a generare quegli anticorpi fortemente protettivi. Incrociando una variante come la brasiliana o la Delta, tali soggetti possono reinfettarsi, pur con forme non gravi».
Sarà necessaria la terza dose vaccinale?
«Aifa ha autorizzato a considerare una copertura nei soggetti ammalati e tra i vaccinati compresa tra i 7-8 mesi e anche il personale sanitario, in autunno, immaginiamo dovrà sottoporsi alla terza dose. È poco tempo che ci confrontiamo coi vaccini e con queste varianti e l’unica cosa che come sanitari possiamo fare è essere prudenti, mantenersi aggiornati (anche a livello internazionale) per intercettare qualsiasi novità segnalata e metterla a disposizione di tutti».
Gli stessi produttori di vaccini continuano a produrre dati.
«C’è stato poco tempo e la pandemia è stata veloce. Altrettanto veloce è stata la risposta delle organizzazioni sanitarie ma il dato deve essere verificato, non bastano sette/otto mesi per trarre conclusioni. Le varianti che emergono in continuazione ci pongono costantemente interrogativi su quanto possiamo fare di meglio, su quanto incidono sulla contagiosità. La Delta, ad esempio, è più contagiosa, ma solo osservandola nel tempo potremo dire che magari è meno aggressiva per chi è stato vaccinato».

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