«L'inquinamento favorisce la diffusione del Covid-19»
Nello studio internazionale c'è la firma di un ternano.

Wednesday 6 May 2020 di Aurora Provantini
Massimiliano Camilli al Policlinico Gemelli

 TERNI «Perché ci sono stati così tanti casi Covid-19 (212mila) in Italia? Come mai tanti morti (30mila), soprattutto perché il virus in alcune regioni è esploso, mentre in altre è avanzato timidamente?» La risposta arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Mayo Clinic Proceedings”, a firma di un ternano. Massimiliano Camilli, classe 1991, una laurea in medicina e chirurgia conseguita presso l’Università Campus Biomedico di Roma, specializzando in cardiologia alla Cattolica (Policlinico Gemelli), analizza i casi a partire da gennaio 2020.   «Un primo punto di discussione - spiega Camilli -  è relativo al fatto che in Paesi come la Corea del Sud, è stato sottoposto a tampone per Sars-Cov2 un campione più ampio di popolazione rispetto all’Italia, dove invece i test diagnostici sono stati riservati ai casi sintomatici che venivano valutati in pronto soccorso o (sempre sintomatici) che avevano avuto un contatto recente con un caso confermato». Lo studio solleva il problema delle misure predisposte e del numero effettivo dei contagiati: «potrebbe essere dieci volte superiore a quello stimato, riducendo significativamente la percentuale di mortalità». E arriva ad evidenziare come siano le regioni più inquinate ad aver registrato più contagi, sostenendo la possibilità che il grado di inquinamento atmosferico possa contribuire alle differenze regionali sull’andamento del virus.
«Vanno anche considerate le caratteristiche epidemiologiche. Ad esempio, i tassi di mortalità sono stati più elevati tra gli anziani e sono deceduti più uomini che donne, anche perché sono stati più gli uomini (62%) ad ammalarsi di Coronavirus, rispetto delle donne (38%).  Ma questo potrebbe essere attribuito al fatto che ci sono più fumatori tra la popolazione maschile che tra quella femminile». Si tocca l’aspetto delle condizioni fisiche degli ospedali «con condotti d’areazione inappropriati che avrebbero favorito la circolazione del virus». Tra il 1997 e il 2015 sono stati dimezzati i posti letto in terapia intensiva, facendo trovare l’Italia impreparata all’emergenza in corso.
 «Anche il clima può aver svolto un ruolo importante - riporta lo studio -  temperature e umidità più elevate possono bloccare la diffusione del virus e ridurne la persistenza. Di recente si sta prestando maggiore attenzione al possibile ruolo dell'inquinamento.  La correlazione tra indice di inquinamento dell'aria e aumento della mortalità è stata inizialmente ipotizzata per la Sars ed ora sostenuta per il Covid-19». Quindi c’è una relazione tra l'inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione del virus. Lo studio apre la strada a nuove indagini tese a rilevare la presenza del Covid-19 nelle particelle d’aria delle singole città. «Perché il particolato atmosferico - spiega Camilli - sembra agire sia come vettore del virus, facilitando la sua penetrazione e diffusione, sia permettendo la sua sopravvivenza in forma attiva per ore e persino giorni». 

Ultimo aggiornamento: 7 May, 20:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA