Meredith Kercher, resta un giallo
anche la morte del papà

Sabato 8 Febbraio 2020 di Egle Priolo
John Kercher a Perugia durante il ricordo della figlia Meredith

PERUGIA - «Unexplained death», una morte inspiegabile. Ancora senza risposte. Proprio come quella della figlia. Destino crudele per la famiglia Kercher, che dopo aver pianto Meredith, uccisa a 21 anni a Perugia in circostanze mai del tutto chiarite, ora perde anche il padre John, morto in ospedale tre settimane dopo essere stato trovato ferito e inconsciente, incapace di raccontare cosa gli fosse successo a pochi passi dalla casa di famiglia a Croydon, nel sud di Londra.

«Il nuovo inferno dei Kercher», titola infatti il Sun, il quotidiano britannico per cui John ha scritto per anni, raccontando il dolore di una famiglia devastata da una tragedia ma che ha sempre dimostrato dignità e compostezza. Anche davanti a sentenze che hanno lasciato il dubbio su cosa sia davvero accaduto la sera del primo novembre 2007 in quella villetta di via della Pergola dove Mez studiava italiano e finì pugnalata a morte.

E i dubbi sono tanti anche su come sia stato ferito John, 77 anni, lo scorso 13 gennaio. Era poco lontano dalla sua villetta a Croydon, mattoni rossi e verde intorno. Era appena uscito da un negozio e all'improvviso è stato trovato riverso sull'asfalto, con una gamba e un braccio rotti e ferite su tutto il corpo. «C'era nebbia quel giorno. La gente è uscita dal negozio e lui era a terra», ha raccontato un vicino al Sun. Che, nella sua ricostruzione, ha ipotizzato un ferimento causato da un tentativo di rapina durante il quale era stato trascinato sulla strada o un pirata della strada. «Hit and run». Di certo, le ferite riportate quel giorno, con John che anche una volta tornato cosciente non è mai stato capace di raccontare cosa l'abbia colpito, lo hanno portato alla morte, avvenuta ieri in un ospedale londinese.

«Siamo vicini alla famiglia in questo momento molto triste e stiamo indagando su questa morte che riteniamo inspiegabile», ha detto il detective Steve Andrews, incaricato del caso. Ufficialmente Scotland Yard considera infatti al momento la sua morte come frutto di «cause non spiegate»: non vi sono testimonianze certe, né immagini di telecamere a circuito chiuso. «Restiamo aperti a ogni ipotesi sulle circostanze della sua morte, compresa quella del coinvolgimento in una collisione. Per favore chiamateci se potete aiutarci a determinare cosa è accaduto», ha concluso Andrews, ricordando l'appello con cui la polizia esorta eventuali testimoni a farsi avanti e aiutare a chiarire le circostanze della morte di John Kercher.

Da quella villetta a mattoncini si era mosso per seguire il processo per la morte della figlia a carico della coinquilina Amanda Knox e del suo fidanzato Raffaele Sollecito. L'ultima volta era stata nel giugno del 2009, quando la Corte d'appello d'assise di Perugia lo aveva ascoltato ricordare Meredith. Un ricordo straziante, soprattutto dell'ultima telefonata fra lui e la figlia, proprio la mattina del giorno in cui fu uccisa. «Meredith – raccontò - mi diceva che Amanda era eccentrica e molto sicura di se stessa. Mi disse anche di come fosse sorpresa del fatto che Amanda intrecciasse rapporti con gli uomini pur essendo arrivata solo da una settimana. L'ultima volta ci sentimmo il primo novembre. Rimanemmo solo un paio di minuti al telefono. Lei mi raccontava sempre cosa le era successo durante la giornata, cosa aveva fatto, mi dava notizie sugli amici». Ma quell'ultima telefonata fu veloce, sbrigativa, con la promessa di sentirsi l'indomani. Che però non arrivò mai.

Discreto e composto, era stato addirittura accusato di estrema freddezza nei confronti della tragedia che aveva colpito la sua famiglia. «Una persona di una dolcezza incredibile che pur essendo un giornalista era sorpreso e “scocciato” dal clamore mediatico intorno al processo per l'omicidio di Meredith – commenta Francesco Maresca, l'avvocato che ha assistito la famiglia durante il processo -. Il ricordo che ho è quello di un uomo sconvolto dalla morte della figlia, lo ricordo con molto affetto per la sua particolarità. Partecipò a tutto il processo in modo assolutamente particolare, contestò tutto il circo mediatico che si era creato attorno e ne prese le distanze. Per questo a volte può essere sembrato distaccato dalla vicenda - aggiunge - ma quando è stato esaminato in dibattimento ha dato un ricordo bellissimo di sua figlia. La descrisse come una ragazza solare, sorridente ma anche fisicamente molto forte ed esperta di arti marziali. Per questo era convinto che fosse stata aggredita da più persone in maniera violenta “perché altrimenti sarebbe stata in grado di difendersi”». Per quell'omicidio furono prima condannati e poi definitivamente assolti sia Amanda che Raffaele, mentre è ancora in carcere a Viterbo – seppur in regime di semi libertà e ormai vicino alla fine della pena – Rudy Hermann Guede, condannato con rito abbreviato a sedici anni di carcere.

«Sono anche io un giornalista, capisco che tutti attendiate un commento. Ma non ce la faccio. Meredith non c'è più e io non ci posso credere. È troppo scioccante. Non ho nemmeno più lacrime», così rispose John Kercher ai giornalisti a poche ore dalla notizia della morte di Mez. E rimase scioccato («Stunned») anche all'annuncio della prima assoluzione, nel 2011, di Amanda e Raffaele. Anche in quell'occasione Perugia si strinse in un abbraccio a John Kercher e alla sua famiglia: i figli Stephanie, Lyle e John jr e la mamma di Mez Arline. Come quando la città si commosse vedendo quell'uomo alto e piegato dal dolore deporre una rosa rossa sui gradini del duomo di Perugia, una settimana dopo l'omicidio e qualche ora dopo la fiaccolata che gli amici di Mez avevano organizzato in centro e sulle scalette di San Lorenzo - tradizionale punto di ritrovo degli studenti a Perugia - per ricordarla. Insieme alla rosa lasciò anche un foglio e un messaggio: «I love you forever, Meredith. All my love, Dad» («Ti amerò per sempre Meredith. Con tutto il mio amore. Papà»).
E oggi è la sua famiglia a ricordarlo, purtroppo sempre con un comunicato stampa, ormai troppo avvezza a gestire tragedie: «Lo abbiamo amato moltissimo e ci mancherà tanto».

Così papà John tornerà vicino alla sua bambina, andata via troppo giovane. Si ritroveranno tra i fiori e la pace del Mitcham Road Cemetery di Croydon, due lapidi e una maledizione. Per una famiglia e un padre colpiti due volte da una tragedia, da un destino peggiore della morte: sopravvivere a un figlio. Come Paolo Onofri, il papà di Tommy, il bimbo di 17 mesi rapito e poi trovato morto sul greto del torrente Enza, nel Parmense, nel 2006. Suo padre Paolo, che non superò mai quella morte, venne colpito da un infarto nel 2008 che lo portò al coma. E a vivere per sei anni come un vegetale, fino alla morte nel 2014. Ma anche lui, come John, era già morto molto tempo prima.

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