Scarponi ucciso: nel dramma dei
ciclisti è solo la punta dell'iceberg

Giovedì 27 Aprile 2017 di Ruggero Campi
Scarponi ucciso: nel dramma dei ciclisti è solo la punta dell'iceberg

Michele Scarponi è morto travolto da un furgone e la sua morte ha avuto un enorme impatto mediatico. Non si è parlato d’altro nei TG e nei giornali radio: un morto ogni 35 ore! un ferito ogni mezz’ora! si è strillato nei vari servizi che sono andati in onda a ripetizione. Tutti sembrano aver scoperto ora le statistiche da bollettino di guerra dei ciclisti uccisi. Negli stessi giorni sono morti Roberto Fabi, Corrado Gracis, Massimo Flora, Potito Coluccelli tutti mentre pedalavano in sella alla loro bici, ma di loro nessuno ha parlato, e la notizia è finita in un trafiletto nelle pagine di cronaca locali. “Un quarantenne del Bangladesh” a Bologna, “il ciclista di 69 anni” a Ravenna, “un pensionato di Porcari” , "l'uomo di mezz’età di Noale”, “un indiano di 59 anni a Terracina” non hanno nemmeno un nome nelle due righe di cronaca a loro tristemente dedicate. Non fa notizia la morte di un ciclista speronato, agganciato, travolto e ucciso, non è un tema “glamour”, una palestra per raffinate discussioni sociologiche. Numeri agghiaccianti e sto parlando solo del mese di aprile 2017, raccogliendo in rete notizie sicuramente incomplete. Una strage quotidiana che colpisce i soggetti più deboli, i pedoni da una parte e i ciclisti dall’altra, e che sembra lasciare indifferenti i nostri governanti, forse tranquillizzati dal fatto di aver emanato la famosa legge sull’omicidio stradale, senza minimamente pensare alla prevenzione e agli investimenti. “Che imparino a schivare le auto” sembra essere l’unica massima di saggezza destinata agli utenti più fragili della strada che - si sa - appartiene di diritto ad automobili e camion. Salvo farsi belli tutti quanti – amministratori locali in testa – con la mobilità “dolce e sostenibile”, con “l’impatto zero”, con la “riscoperta” di “nuovi” mezzi di locomozione, con la “valorizzazione” e “riconversione” delle ferrovie dismesse ad uso e consumo di mitiche, mai concretizzate ciclabili. La verità è che nella nostra mobilità di dolce non c’è assolutamente niente, mentre regnano sovrane l’aggressività, la maleducazione e l’ignoranza. Aggressività che si scatena furiosa contro i ciclisti, rei di essere lenti, rei di non avere altro da fare che “occupare” la strada, rei di essere più fragili perché in sella ad un mezzo instabile e non protetti da una robusta carrozzeria. Si è tornato a parlare proprio in questi giorni di stabilire l’obbligo della distanza di un metro e mezzo dal ciclista. Immediata la reazione dei cultori del sofismo stradale: la Polizia dovrà andare in giro con il centimetro? E se poi sulle strade strette non si passa? Senza rendersi conto che anche adesso se l’automobilista passa troppo vicino al ciclista, e lo fa sbandare e cadere, risponde penalmente e civilmente della sua azione e che stabilire l’obbligo della distanza andrebbe inquadrato nell’ambito di una generale campagna in primo luogo di prevenzione, con la quale richiamare automobilisti e camionisti alle regole da seguire quando si incontrano ciclisti, e in secondo luogo di repressione, predisponendo opportuni controlli di polizia. Si è riusciti a far indossare agli italiani la cintura di sicurezza e il casco, si è riusciti a non farli fumare nei locali pubblici, è impresa così impossibile quella di educarli al rispetto di chi la strada la percorre su due ruote? Se non ci sono i mezzi, se non ci sono gli uomini, e soprattutto non c’è volontà né interesse, allora continuiamo a piangere i morti famosi, a stilare comunicati di circostanza, a ignorare la strage quotidiana, “tanto i ciclisti un po’ se la sono cercata”. Si continui a favoleggiare compunti – facendo finta di crederci - sulla “riduzione dell’impatto ambientale”, su mitologiche “soluzioni ecocompatibili”, sul “pieno e incondizionato sostegno” ad una mobilità “lenta e dolce”, per la “piena riscoperta delle bellezze straordinarie del territorio”. Chissà, anche noi che ascoltiamo ci convinceremo che è vero.

© RIPRODUZIONE RISERVATA