Terni, i sopravvissuti della Concordia: «Dopo dieci anni torneremo dalla famiglia che ci accolse quando naufragammo»

Terni, i sopravvissuti della Concordia: «Dopo dieci anni torneremo dalla famiglia che ci accolse quando naufragammo»
Domenica 9 Gennaio 2022, 10:59 - Ultimo agg. 11:25
4 Minuti di Lettura

«Per due o tre anni ho provato una grande rabbia verso Schettino. Ma ora, leggendo anche le parole della figlia, provo un pò di dispiacere anche per il comandante. L'intera colpa non può ricadere su di lui, c'era anche l'equipaggio che doveva gestire le cose. Di errori ne ha fatti come altri, servirebbe meno accanimento». A dieci anni di distanza dal naufragio della Costa Concordia, la compassione ha preso il sopravvento sul rancore nelle parole di Umberto Trotti, ristoratore quarantaquattrenne di Ferentillo, tra i sopravvissuti alla tragedia.

Il vero dolore - dice - è quello delle famiglie delle vittime, ma sono vicino anche a quella del comandante, perché non penso sia un mostro come è stato definito da tante persone».

Trotti la notte del 13 gennaio 2012 era sulla nave in viaggio di nozze con la moglie Fjorda, oggi trentatreenne, e i due figli Valentina e Carlo, che allora avevano rispettivamente due anni e sei mesi.

Un'esperienza drammatica che ripercorre con l'Ansa in occasione dell'anniversario dell'incidente. «Ogni anno per noi è sempre il primo - spiega -, dimenticare quei momenti è impossibile anche se il dolore diventa più 'morbido'. Ora prendono il sopravvento le cose belle, come i legami con chi ci ha salvato e soccorso«. Come quello con Paolo Maspero, un ex cuoco della Costa Crociere che nelle fasi concitate - in cui l'acqua iniziava ad entrare nella nave e il panico, anche di perdersi, a prendere il sopravvento - ha aiutato la famiglia ad orientarsi e a raggiungere le scialuppe di salvataggio.

«Ci vediamo ogni anno a Ferentillo - continua Trotti -, ho scoperto che casualmente lui era già venuto nel mio ristorante otto anni prima del naufragio. Era destino che dovessimo incontrarci«. Ma è rimasto anche il legame con chi, al Giglio, si è preso cura della famiglia subito dopo l'incidente. «Sull'Isola siamo tornati solo per il primo anniversario - spiega ancora il quarantaquattrenne -, l'impatto è stato però veramente brutto. Mia moglie si è sentita male e così non siamo più tornati. Ma la settimana scorsa, tramite Facebook, siamo stati contattati da una signora, proprietaria di un agriturismo, che si è presa cura di noi dopo il salvataggio, dandoci delle coperte e del latte per i bambini. Le ho promesso che andremo a trovarla». Anche se il pensiero va sempre alle 32 vittime - «a loro e ai loro cari la felicità è ormai negata e questo è il più grosso dispiacere» dice Trotti -, la famiglia del ristoratore cerca dunque «di vedere il lato positivo di questa esperienza». «Per mesi abbiamo avuto strascichi - continua il naufrago -, io ad esempio avevo paura pure dell'acqua del laghetto artificiale vicino al ristorante. Ma abbiamo anche scoperto che ci sono persone dal cuore grande e che nel momento delle difficoltà il lato umano esce. Anche noi oggi cerchiamo di aiutare il prossimo come possiamo, più di prima». Trotti, tra l'altro, a fine 2020 ha dovuto superare un'altra prova, un ricovero di 20 giorni in terapia intensiva dopo aver contratto il Covid. «Quello sì che ti lascia davvero solo, isolato dal mondo. Ma il destino - conclude - ha voluto che fossi ancora qui a raccontarla»

© RIPRODUZIONE RISERVATA