Lite tra cardinali sulla Cina, stavolta è il Decano Re ad accusare Zen di mentire spudoratamente

Domenica 1 Marzo 2020 di Franca Giansoldati
Il cardinale Re

Città del Vaticano – Il dossier Cina fa litigare come non era mai accaduto prima il collegio cardinalizio, seminando scompiglio tra porporati con accuse vicendevoli di dire menzogne. Una situazione tanto caotica nessuno forse la aveva prevista due anni fa, quando Papa Francesco aveva firmato l'accordo con le autorità di Pechino per le nomine dei vescovi.

L'intesa ha l'obiettivo attraverso un percorso ancora in divenire di sanare la spaccatura tra le due chiese cinesi, quella riconosciuta e controllata dal partito comunista e quella fedele a Roma e per questo perseguitata per anni. In questi due anni l'accordo ha portato a nominare in modo congiunto i vescovi delle diocesi scoperte, a far registrare preso le autorità locali i sacerdoti. Tuttavia non dappertutto le cose sono andate per il verso giusto. In alcune regioni cinesi l'accordo sta funzionando, in altre invece – stando alle notizie che sono arrivate in questi due anni – ha dato origine ad una ulteriore stretta oppressiva.

La voce più critica che finora è arrivata contro Roma è stata quella del cardinale Zen, ex arcivescovo di Hong Kong in pensione che, un po' di tempo fa, era arrivato a prendersela con il cardinale Parolin, artefice della “brutta” intesa. Ne era seguito un botta e risposta a distanza, e Zen alcuni mesi fa ha inviato a tutti i cardinali una lettera spiegando con toni drammatici che con i cinesi è meglio «non fare alcun accordo piuttosto che un brutto accordo».

La questione sembrava destinata a restare dentro i sacri recinti, con litigi e malumori sotterranei ma sempre contenuti nei toni e nella forma, fino alla lettera inviata (di nuovo a tutti i cardinali) stavolta dal nuovo Decano, il cardinale Re per stigmatizzare Zen, metterlo in mora e isolarlo. Dandogli persino del bugiardo.

«Sorprende l'affermazione del porporato che l'accordo firmato è lo stesso che papa Benedetto aveva, a suo tempo, rifiutato di firmare. Tale asserzione non corrisponde a verità. Dopo avere preso a conoscenza di persona dei documenti esistenti presso l'archivio della Segreteria di Stato, sono in grado di assicurare che papa Benedetto XVI e aveva approvato il progetto di accordo sulla nomina dei vescovi che solo nel 2018 è stato possibile firmare» si legge.

Il cardinale Re incalza ancora: «L'accordo prevede l'intervento della autorità del Papa nel processo di nomina dei vescovi in Cina. Anche a partire da questo dato certo l'espressione Chiesa indipendente non può più essere interpretata in maniera assoluta, come separazione dal Papa, così come avveniva in passato. Purtroppo c'è lentezza nel trarre in loco tutte le conseguenze che discendono da tale cambiamento epocale sia sul piano dottrinale sia su quello pratico e permangono tensioni e situazioni dolorose. E' impensabile che l'accordo cambi le cose in maniera automatica e immediata anche negli altri aspetti della vita della Chiesa». 

A stretto giro ha risposto attraverso il suo blog il cardinale Zen che evidentemente non ci sta per passare da bugiardo e alza il tiro affermando che il Segretario di Stato, Parolin sta manipolando il Papa.

Poi replica a ogni questione sollevata da Re e poi si lascia andare ad un affondo sarcastico: «Data però l’intelligenza dell’Eminentissimo mi è difficile credere che sia stato ingannato, è più probabile che abbia voluto “lasciarsi ingannare”. Non capisco - scrive Zen - l’ultima parte della sua lettera, quantomeno confusa. I fatti sono lì. Ho evidenza che il cardinale Parolin manipola il Santo Padre, il quale mi manifesta sempre tanto affetto, ma non risponde alle mie domande. Davanti a delle prese di posizione della Santa Sede che non riesco a capire, a tutti i fratelli desolati che si rivolgono a me dico di non criticare chi segue quelle disposizioni. Siccome, però, nelle disposizioni si lascia ancora la libertà a chi ha una obiezione di coscienza, incoraggio questi a ritirarsi allo stato delle catacombe, senza opporsi a qualunque ingiustizia, altrimenti finirebbero per rimetterci di più».

 

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