Papa Francesco: «Ecco il cinema che ho nel cuore»

Domenica 18 Luglio 2021 di Dario Edoardo Viganò
Papa Francesco: «Ecco il cinema che ho nel cuore»

È un rapporto profondo e antico quello che unisce Papa Francesco e il cinema. Ne riconosce tutta l’importanza per la Chiesa tanto che per non disperdere il patrimonio delle fonti audiovisive ha deciso di dar vita ad un Archivio Centrale. Una sorta di Mediateca da collocare accanto alla Biblioteca Apostolica. Il progetto viene anticipato in una intervista pubblicata nel libro “Lo sguardo: porta del cuore”, curato da don Dario Viganò, pubblicato da Effatà. Eccone un estratto, in anteprima. Il volume sarà presentato all’ambasciata italiana presso il Vaticano mercoledì 21 luglio dal direttore dell’Istituto Luce, Enrico Bufalini, e dalla direttrice delle Teche Rai, Paola Sciommeri.

Papa Francesco, la decisione di tornare in Vaticano per mettere a tacere le voci sulla sua salute

Papa Francesco dimesso dall'ospedale: ha lasciato il Gemelli in auto


Nel suo magistero non di rado fa riferimento al cinema: talvolta la sentiamo citare questo o quel film. Da dove nasce questo suo particolare rapporto col cinema?
«Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori. Quando ero bambino, frequentavo spesso il cinema di quartiere, dove si proiettavano anche tre film di seguito. Fa parte dei ricordi belli della mia infanzia (...)»
Ed è in questo contesto che è nato anche il suo rapporto con il neorealismo italiano?
«Sì, tra i film che i miei vollero assolutamente che noi conoscessimo c'erano proprio quelli del neorealismo. Tra i dieci e i dodici anni credo di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi, tra cui Roma città aperta di Roberto Rossellini che ho amato molto. Per noi bambini in Argentina, quei film sono stati molto importanti, perché ci hanno fatto capire in profondità la grande tragedia della guerra mondiale (...)».
Lei ha spesso definito il cinema neorealista anche come una «catechesi di umanità» o una «scuola di umanesimo». Dove sta l'attualità di questi film?
«I film del neorealismo ci hanno formato il cuore e ancora possono farlo. Direi di più: quei film ci hanno insegnato a guardare la realtà con occhi nuovi. Ho apprezzato moltissimo che questo libro colga questo aspetto fondamentale: il valore universale di quel cinema e la sua attualità quale importante strumento per aiutarci a rinnovare il nostro sguardo sul mondo. Quanta necessità abbiamo oggi d'imparare a guardare! La difficile situazione che stiamo vivendo, segnata a fondo dalla pandemia, genera preoccupazione, paura, sconforto: per questo servono occhi capaci di fendere il buio della notte, di alzare lo sguardo oltre il muro per scrutare l'orizzonte (...)».
Ma in che modo questo cinema può insegnarci a guardare?
«Quello neorealista è uno sguardo che provoca la coscienza. I bambini ci guardano è un film del 1943 di Vittorio De Sica che amo citare spesso perché è molto bello e ricco di significati. In tanti film lo sguardo neorealista è stato lo sguardo dei bambini sul mondo: uno sguardo puro, capace di captare tutto, uno sguardo limpido attraverso il quale possiamo individuare subito e con nitidezza il bene e il male (...) il loro sguardo, che è molto di più di un semplice punto di vista, ci interroga tanto più oggi che la pandemia sembra moltiplicare le bancherotte dell'umanità. Che cosa facciamo perché i bambini possano guardarci sorridendo e conservino uno sguardo limpido, ricco di fiducia e di speranza? Che cosa facciamo perché non venga rubata loro questa luce, perché questi occhi non vengano turbati e corrotti?»
A questo proposito viene alla mente un altro grande maestro del cinema italiano come Federico Fellini, che lei ama spesso citare, per la sua capacità di restituire lo sguardo sugli ultimi.
«Sì, La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. M'identifico molto in quel film, in cui troviamo un implicito riferimento a san Francesco. Fellini ha saputo donare una luce inedita allo sguardo sugli ultimi (...)».
Il cinema neorealista ha raccontato però una realtà ben precisa: quella di un'Italia da ricostruire appena uscita dal dramma epocale della guerra mondiale. Come possono quei film parlare anche al nostro presente?
«(...) È la qualità dello sguardo a fare la differenza, allora come oggi. Quello neorealista non è uno sguardo da lontano, ma uno sguardo che avvicina, che tocca la realtà così com'è, che se ne prende cura e, dunque, che mette in relazione. Ho già osservato quanto oggi i media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni umane autentiche e quanto ci sia bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana. La capacità di acquisire uno sguardo che sa mettere in relazione è, dunque, la chiave per una comunicazione autentica e lo è tanto più in questa stagione difficile della pandemia, in cui il contatto virtuale predomina spesso sul contatto reale».
Se dovesse, dunque, indicare qual è la qualità più importante dello sguardo neorealista?
«Direi quella di aver saputo guardare non solo dentro la storia, ma anche dentro il cuore degli uomini. In questo sta la sua catechesi di umanità: valida allora e valida oggi (...)».
Cosa fare per non disperdere il patrimonio delle fonti audiovisive conservate in Vaticano?
«Penso a un'istituzione che funzioni da Archivio Centrale per la conservazione permanente e ordinata secondo i criteri scientifici, dei fondi storici audiovisivi degli organismi della Santa Sede e della Chiesa universale. Potremmo chiamarla una Mediateca, accanto all'Archivio e alla Biblioteca, per la raccolta e la custodia del patrimonio di fonti storiche audiovisive di alto livello religioso, artistico e umano».
© Effatà 2021

Ultimo aggiornamento: 15:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA