Il colloquio a porte chiuse di Pompeo in Vaticano: si parla della Cina e dell'attacco dell'Azerbajian

Giovedì 1 Ottobre 2020 di Franca Giansoldati

Città del Vaticano - Mike Pompeo si è presentato in Vaticano sfoderando il suo fare gioviale, una vistosa mascherina stelle e strisce e una agenda piena di spunti che però è servita a ben poco nei 45 minuti di colloquio. Per esempio sulla Cina ma anche sulla Turchia. La complicata missione di Pompeo al di là del Tevere per garantirsi la benevolenza cattolica così utile in tempi elettorali non si presentava per niente facile. 

A complicarla ulteriormente la grande questione dei diritti umani in Cina, un tema che lo aveva preceduto nei giorni scorsi con l’inconsueta richiesta al Papa di non rinnovare l’accordo (religioso) per le nomine dei vescovi con il governo di Pechino. La cosa aveva irritato non poco i vertici vaticani, a cominciare da coloro che hanno in mano il dossier e si apprestano a rinegoziarlo. 

Ieri mattina il colloquio a porte chiuse con il cardinale Parolin ed il ministro degli Esteri, Gallagher è stata l’occasione per stemperare un po’ la tensione che si era accumulata il giorno prima, quando Pompeo, nel corso di un convegno, aveva elencato le persecuzioni contro i cristiani, i musulmani Uiguri, i tibetani e gli evangelici (in fortissima crescita in Cina) spronando il Papa ad esercitare il suo soft-power su Pechino. L’unico commento ufficiale al colloquio di stamattina è arrivato dal Vaticano che ha parlato di un clima di rispetto, disteso e cordiale. «Le parti hanno presentato le rispettive posizioni riguardo la Repubblica Popolare Cinese». Di fatto è stato praticamente un dialogo tra sordi, non solo per la complicata questione cinese.

Il discorso è poi caduto sugli altri temi spinosi, primo tra tutti la guerra silenziosa che l’Azerbajian con l’appoggio della Turchia ha aperto contro il Nagorno-Karaback, l’enclave di etnia armena e cristiana dentro l’Azerbaijan musulmano. Due giorni fa un F16 turco ha abbattuto un aereo militare armeno facendo salire alle stelle la tensione internazionale. 

Una guerra silente che ha origine, in gran parte, dalla scelta di Stalin di incorporare il Nagorno Karabakh nell’Azerbaigian. Con la dissoluzione dell’Urss la popolazione armena del Karaback ha esercitato il diritto all’autodeterminazione provocando smottamenti a catena fino ai giorni nostri. Domenica scorsa, in Vaticano, è arrivato il Catholicos armeno Karekin II per chiedere al Papa aiuto per «i fratelli cristiani».

La visita lampo di Karekin II è stata pianificata sapendo che Pompeo di lì a qualche giorno avrebbe avuto una udienza con Parolin. Poco dopo Francesco, all’Angelus, facendosi interprete della richiesta di Karekin II, ha lanciato un appello per il cessate il fuoco. Ieri Parolin ha ripreso in mano il tema. «Si è parlato, inoltre, di alcune zone di conflitto e di crisi, particolarmente il Caucaso, il Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale» hanno fatto sapere dal Vaticano. Per evitare contraccolpi diplomatici, nel comunicato riassuntivo vaticano, è stato omesso qualsiasi riferimento esplicito anche se la preoccupazione per la politica espansionistica turca, nonostante il silenzio pubblico del Papa sull’argomento, non è più un mistero per nessuno. 

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