L'Italia fra le sabbie del deserto di Giordania

Jerash, la Pompei giordana, la città greco-romana meglio conservata del Medio Oriente
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di Paola Del Vecchio

Amman. «A te passante il mio saluto/Dove sei tu c’ero anch’io/Come sarai tu sono io/Divertiti signore, il mondo è tutto nostro». Zaid al Kurdi, la nostra guida d’eccezione nel regno hashemita, beduino fino ai 10 anni custode del deserto e oggi patriarca di una tribù familiare di 63 fra figli e nipoti, cita nel suo colto italiano l’antico poema arabo, mentre raggiungiamo Umm Qays, all’estremo nord della Giordania. E’ la romana Gadara, a 100 chilometri a nord dalla capitale Amman, culla di poeti e filosofi del mondo classico, abbarbicata sulla punta dell’altopiano transgiordano al confine con Israele, i monti del Libano e la Siria meridionale. La vista sulle alture occupate del Golan, sul Lago di Tiberiade o mare di Galilea, è di un’armoniosa e atavica bellezza. Riflessa nella singolare contiguità del nero basalto delle vestigia dell’acropoli, dell’ocra dei resti di un villaggio ottomano e del bianco calcare di una basilica bizantina, che rendono unico questo sito archeologico. Una coppia di turisti tedeschi girovaga nella dolce quiete, mentre una famiglia di palestinesi, dalla terrazza della Rest House che domina le rovine, scruta in lontananza la patria perduta. Slow life. Da quassù, nessuno direbbe che questo fazzoletto di terra fra Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita, è al crocevia di una delle zone più calde del pianeta. Unico ridotto di pace e moderazione - difesi da re Abdallah e dalla regina Rania, e prima, dal patriarca Hussein - nella regione agitata da un inestinguibile conflitto lungo 50 anni e dai contemporanei orrori delle guerre contro civili.

Anche Adonis e Mohamed, poliziotti ventenni di pattuglia a pochi passi dal parcheggio, si concedono un quahwa, il tipico caffè aromatizzato al cardamomo, intanto che mostrano sull’Iphone i fotomontaggi che li ritraggono con Cristiano Ronaldo. Sull’idolo CR7 qui non si discute. Dal cognome, al Haddad, la nostra guida deduce che Adonis appartiene a un’antica famiglia ‘gadarina’ di fabbri, che è in effetti il mestiere tramandatogli da generazioni di antenati.

Ogni pietra, ogni nome in Giordania ha una storia da narrare e Ziad è uno speleologo umanista - oggi si direbbe un maestro di storytelling - in questo piccolo regno nel deserto, a cavallo della Terra santa delle tre grandi religioni monoteiste, che ha visto fiorire le più antiche civiltà. E inanella memorie, lingue, culture di egizi, assiri, babilonesi, greci, nabatei, romani, crociati, turchi, che a est del fiume Giordano hanno condotto commerci ed eserciti, sedimentando i cimenti di un paese orgoglioso della propria identità, che fonde il passato nell’intenso presente di sfide globali. “Ahlan wa Sahlan!”, benvenuto in Giordania, è il saluto ricorrente di un popolo che non rinuncia a declinare gli antichi valori di cortesia e ospitalità, nonostante gli squilibri provocati dall’arrivo di oltre un milione di profughi siriani, che uniti alle iniziali ondate di palestinesi e poi di iracheni, ha elevato il numero di rifugiati a oltre terzo della popolazione del regno hashemita. L’impatto maggiore, nelle aree urbane del nord di Irbid, Malká, Suf, dove le già scarse risorse sono estenuate. Anzitutto quelle idriche. L’acqua è oro blu in un territorio dove - ricorda Ziad – gli scarsi 77 metri cubi pro capite annui, rispetto alla media mondiale di 1000 metri cubi, ne fanno uno dei più poveri al mondo.

Percorrendo le colline del Gilead, con le querce sempreverdi e i carrubi alternati alle valli ancora fertili degradanti verso il fiume di Palestina, si giunge a Jerash, la splendida Gerasa. E’ la Pompei giordana, la città greco-romana meglio conservata del Medio Oriente. Fondata intorno al tempio ellenico di Zeus all’epoca di Alessandro Magno, fu conquistata da Pompeo nel 63 a. C. e, come Gadara, integrata nella Decapolis, l’alleanza di dieci città stato, destinata a consolidare la provincia d’Arabia dell’impero. L’imponente Arco di Trionfo, innalzato in onore di Adriano, fa da preludio al maestoso Foro, la piazza ovale dai due bracci asimmetrici, sorretti da immacolate colonne joniche, che aprono l’elegante prospettiva sulla via principale, il Cardo Maximus, incrociato da due Decumani. «E’ davvero sorprendente tanta bellezza!», commenta con ammirato stupore una comitiva di trentenni romane, in preda a sindrome di Stendhal. Il tempio di Artemide, l’ippodromo, il macellum, gli augusti anfiteatri sorgono su un’estensione paragonabile a quella di Pompei, separata da antiche mura dalle case affastellate della città nuova.

Rimasta sepolta per secoli, Jerash è stata riportata alla luce negli ultimi 70 anni da team di archeologi di tutto il mondo. Ma solo parzialmente. «La parte più consistente resta sotto la sabbia, per motivi di tutela», assicura Michele Morana, direttore dell’Agenzia italiana di cooperazione allo sviluppo di Amman. A Jerash l’Italia promuove il progetto di un centro regionale di conservazione e restauro, con laboratori scientifici e per la formazione di maestranze locali. «Farà da supporto anche per l’analisi e il recupero del patrimonio archeologico in Siria, quando terminerà il conflitto», evidenzia Morana. L’impegno italiano è apprezzato da nord a sud, dove la cooperazione ha appena finanziato la terza fase d’interventi affidati all’Unesco per la salvaguarda di Petra, il gioiello dell’antichità scavato oltre 2.000 anni fa nella roccia arenaria, simbolo della grandezza dei Nabatei, patrimonio dell’Umanità e una delle Meraviglie del Mondo. «Lavoriamo all’installazione di un sistema di monitoraggio integrato con l’impiego di tecnologie avanzate lungo il Siq, il canyon profondo 200 metri che conduce al Tesoro del Faraone, per mitigare i rischi ambientali e di frane», spiega Giorgia Cesaro, project manager dell’Unesco di Amman. L’equilibrio fra sviluppo turistico e conservazione, priorità del governo del regno hashemita, è vitale per l’antica capitale nabatea, che fu prospera enclave delle rotte carovaniere alle porte del deserto di Wadi Rum, e amalgama le geometrie funerarie degli egiziani, il classicismo ellenico e la sontuosità dell’arte romanica. Per immergersi nella misteriosa atmosfera della città perduta - riscoperta dallo svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812 - è necessaria un’intera giornata.

Nel tratto iniziale della Strada dei Re che conduce a Petra, a una trentina di km a sud di Amman, c’è Madaba. Una tappa obbligata per i mosaici bizantini custoditi nelle chiese e nelle belle case ottomane in pietra, che fiancheggiano le viuzze pullulanti di botteghe di artigianato e tappeti. Imperdibile quello del VI secolo, nella Chiesa ortodossa di San Giorgio: la prima mappa completa di Gerusalemme e dei luoghi sacri, una sorta di guida illustrata per i pellegrini. Due milioni di tessere, dei quali restano ampi frammenti, riproducono 150 città dell’intero Levante, dal Libano al Delta del Nilo, dal Mediterraneo al deserto. Nei pressi del parco archeologico, la Scuola per Mosaicisti, come quella di Gerico, è inscindibilmente legata al nome di padre Michele Piccirillo, l’archeologo e biblista originario di Carinola, direttore dell’Istituto archeologico francescano, cui si deve la conservazione del patrimonio di Madaba, del Monte Nebo e di Terrasanta. Nel solco del compianto frate e accanto alle vestigia bizantine da lui riscattate, Andrea Polcaro dell’Università di Perugia e Marta D’Andrea, della Sapienza di Roma, lavorano al recupero di un’area di arte musiva ottomana. «Con istituzioni italiane, americane e la Direzione generale delle Antichità di Giordania siamo impegnati nel progetto Mramp: la creazione del futuro museo archeologico della città, che ospiterà la collezione di manufatti antichi provenienti dall’intera regione», spiega Polcaro. «Lo scopo è farne un centro di protezione e restauro e di diffusione culturale per scuole e università, perché le comunità locali diventino le sentinelle del patrimonio».

Da Madaba, in soli dieci minuti d’auto fra fitti uliveti e paesaggi rocciosi disseminati di fichi d’india, raggiungiamo il Monte Nabo, di fronte a Gerico e Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della spiritualità per ebrei, cristiani e musulmani. Da questa cima Mosè, dopo aver guidato per 40 anni il suo popolo attraverso il deserto, poté infine contemplare la Terra Promessa, che per volere di Dio gli era interdetta. L’emozione si perpetua nella meravigliosa vista dalla terrazza che apre l’orizzonte sul biblico paesaggio. All’interno della basilica, Franco Sciarilli, da 23 anni “artigiano applicato alla conservazione” dei tesori giordani, impegnato con i frati di padre Piccirillo nella custodia di Terrasanta del Memoriale di Mosè, ci disvela i dettagli del laborioso restauro del bellissimo mosaico, con scene di caccia e di pascolo, figure umane e animali, recuperato nell’antico battistero. Da solo merita una visita, come la biblica Betania, oltre il Giordano, dove Giovanni Battista battezzò Gesù, e dove oggi giovani universitari palestinesi scavano nel luogo della resurrezione di Lazzaro, per nuove e sorprendenti scoperte archeologiche.

Ma la Giordania sincretica è anche assaporare i contrasti della capitale Amman, la romana Philadelphia adagiata sui sette colli, dove perdersi fra gli odori di spezie della downtown e i negozietti di manifatture d’oro del Gold Suq. Dalla collina di Jaban al-Qala’s, dove sorge la Cittadella, con le rovine del Tempio di Ercole eretto nell’epoca di Marco Aurelio, il Palazzo degli Omayyadi, la chiesa bizantina e il piccolo ma straordinario museo, la panoramica sulla città è abbagliante. E a mezzogiorno, quando il sole cancella l’ombra, l’eco del richiamo del ‘muezzin’, che rimbalza nelle valli sottostanti, sospende il tempo e il caos urbano in un solenne silenzio liquido. Con la nostra guida Zaid al Kurdi ci rimmergiamo nella vivace realtà secolare, al ristorante Tawaheen al Hawa, dalle belle terrazze e la tenda beduina, nel Waha Circle, per degustare il piatto nazionale della Giordania: il ‘Mansaf’, agnello insaporito con erbe aromatiche, cotto nello jogurt secco – jameed – e servito con riso allo zafferano cosparso di mandorle e pinoli. Non è solo una delizia della gastronomia locale, ma un rituale familiare legato al culto dell’ospite e simbolo della generosità giordana. E, infine, non si può lasciare la terra biblica “del miele e del latte”, di giuggiole e corbezzoli, senza fluttuare nelle acque salatissime e terapeutiche del Mar Morto, bordato dalle creste calcaree della Riff Valley. A 400 metri sotto il livello del mare, in uno dei tranquilli resort punteggiati di jacarande rosse, regala puro relax galleggiare senza sforzo nelle acque ricche di minerali, un intenso benessere ricoprirsi dei fanghi già prediletti da Cleopatra.
 
Giovedì 31 Agosto 2017, 16:12 - Ultimo aggiornamento: 31-08-2017 19:24
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