La Falanghina della legalità
negli ex terreni dei clan a Chiaiano

di Luciano Pignataro

Quando dagli slogan si passa ai fatti concreti, la guerra alla camorra diventa guerriglia quotidiana contro le carte burocratiche, le intimidazioni, le difficoltà di ogni giorno. La storia del Fondo Amato Lamberti, una ex proprietà di quasi quattordici ettari del clan Simeoli, è da questo punto di vista esemplare perché inizia esattamente vent’anni fa, quando il terreno a Chiaiano fu sequestrato perché era una considerata una lavatrice dei soldi sporchi del clan. Bisogna aspettare il 2001 per il decreto di confisca e il 2012 per l’affidamento alla Cooperativa Sociale Resistenza.

La cooperativa prima ha ottenuto la custodia del fondo, conosciuto come «‘ncoppa ‘e Fuschi», poi la vera e propria gestione con tutte le problematiche, e neanche queste sono poche, di qualsiasi attività agricola in un Paese dominato dalle lobby bancarie e industriali.

Dal 2012 nasce il rapporto con l’enologo Gerardo Vernazzaro, quarta generazione al lavoro in viticoltura sugli Astroni, presidente del Consorzio dei Vini dei Campi Flegrei, Ischia e Capri. Il terreno è nel cuore della doc e i ragazzi della cooperativa presieduta da Ciro Corona trovano un vigneto di Falanghina di quasi due ettari. Si rivolgono a Gerardo, la cantina più vicina, e parte il progetto del vino.
Il nome del vino, Selva Lacandona, è ispirato all’omonima foresta del Chiapas dove gli ultimi Maya hanno opposto resistenza al governo per difendere le proprie terre. Una lezione contro i soprusi del potere illegale e la prepotenza di chi antepone i propri interessi a quelli dell’ambiente e del territorio. Per questo il vino ha anche avviato il processo di certificazione biologica.

Per la prima volta quest’anno il bianco ottenuto dalle uve del terreno di Chiaiano è andato in degustazione a Malazé ed è piaciuto al pubblico come ai critici, tanto che il pizzaiolo casertano Francesco Martucci lo ha subito inserito nella carta della sua nuova pizzeria su consiglio della sommelier Manuela Chiarolanza. Insomma, le bottiglie iniziano a viaggiare anche grazie all’impegno di Michele Fiorillo che lavora nel campo della grande distribuzione.

«Non è facile andare avanti - dice Ciro Corona - perché le pressioni e le intimidazioni ancora oggi sono moto forti, come sempre avviene in questi casi». In pochi mesi hanno espiantato gli alberi di ciliege, appiccato un incendio proprio nel cuore del vigneto e infine scavato due fosse nel terreno lasciano in entrambe una croce. La presenza di una attività legale viene vissuta come sfregio al potere del clan, brucia la perdita del controllo del territorio visibile a tutti.

Ma i ragazzi della cooperativa non si perdono d’animo: il Fondo intitolato all’ex presidente della Provincia di Napoli è diventato un centro di aggregazione, di festa, un riferimento per le persone che vogliono respirare aria pulita nuova. Ben presto i pali di cementi saranno sostituiti con quelli di legno e si cercherà di fare di questa vigne, l’ennesima presente nel Comune di Napoli che è tra le grandi città la più vitata in Europa dopo Vienna, una occasione di enoturismo.
Non solo uva, ma anche frutta, ortaggi e un progetto di limoneto. Così i tredici ettari tornano ad essere palpitanti, in una nuova estetica che non può non avere le proprie radici nell’etica. Seimila bottiglie, semila cartoline di legalità, tutte buonissime. Perchè legali.
 
Lunedì 18 Settembre 2017, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 22:53
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