Emilio D'Anna: «Uccisero mio padre
perché non si piegava all'estorsione»

di Salvatore Buglione

Il senso della memoria delle vittime della criminalità, a maggior ragione mentre ci si avvicina alla giornata celebrativa del 21 marzo, sta innanzitutto nel ricordare il sacrificio dei tanti innocenti “dimenticati” dall'opinione pubblica e dai mezzi di informazione. Emblematica, in tal senso, è la storia di Vincenzo D'Anna, titolare di una piccola impresa edile, ucciso il 12 febbraio 1993 per essersi opposto al racket della camorra. Ne parliamo con il figlio Emilio.

Emilio, che tipo di lavoro svolgeva suo padre e perché dava fastidio alla criminalità organizzata?
«Nei primi anni ’90 papà dirigeva dei lavori in alcuni cantieri nel quartiere Secondigliano di Napoli, principalmente relativi a ristrutturazioni di condomini. Proprio per questi lavori riceveva minacce con le armi, come avvenne per il cantiere Villa Lucia di fronte alla propria abitazione. Ma lui si rifiutava con fierezza di assecondare le richieste estorsive».

Nei primi anni Novanta l'associazionismo antiracket era agli albori. Che percezione aveva suo padre di questo moto di ribellione al pizzo?
«Papà era consapevole di svolgere un'attività che faceva gola alle organizzazioni malavitose. Basti pensare al fatto che riceveva sistematicamente dal clan camorristico locale richieste di tangenti pari al 10% dell'importo dei lavori che effettuava. Non era iscritto ad associazioni, ma seguiva un'etica molto rigida. Era integerrimo, per lui l'onestà era un valore non negoziabile. Anche quando le richieste della camorra si fecero insistenti e cominciarono seriamente a turbarlo, ebbe sempre la schiena dritta e il coraggio di dire no.

C'è qualcosa di particolare che vuole ricordare di suo padre Vincenzo?
«Per capire chi era papà, è sufficiente raccontare l'ultimo giorno della sua vita. Il 12 febbraio 1993, un paio di individui armati irruppero nel cantiere sparando contro di lui. Ormai papà sapeva che non c'era più niente da fare. Eppure, durante il tragitto verso l'ospedale, ebbe la lucidità di ricordarsi dei suoi collaboratori e l’ultima volontà espressa a mio fratello, che era al suo fianco e lavorava con lui, fu: “Mimmo, paga gli operai”».


Nelle parole di Emilio D'Anna c'è una profonda consapevolezza: l'esempio e la generosità di Vincenzo continuano a vivere nel ricordo di chi l'ha conosciuto e gli ha voluto bene. Non c'è rabbia. C'è piuttosto l'orgoglio di chi sa di essere dalla parte giusta, quella della legalità. Intanto, dopo 24 anni di attesa, i familiari di Vincenzo continuano a sperare che la giustizia faccia il suo corso e si arrivi quanto prima alla cattura del mandante e dell'autore dell'omicidio.
 
Lunedì 20 Febbraio 2017, 09:53 - Ultimo aggiornamento: 20-02-2017 09:53
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