Consip, Ultimo: «Stop falsità, pronto a pubblico confronto»

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Il vertice a piazzale Clodio tra i magistrati titolari del fascicolo su Consip per esaminare le 'accusè ai carabinieri del procuratore di Modena Lucia Musti; l'audizione al Csm degli aggiunti di Napoli sui conflitti sorti all'interno della procura sulle modalità di conduzione delle indagini da parte del pm Henry John Woodcock. Per l'inchiesta Consip, e per tutti i risvolti politico-istituzionali che la vicenda si porta dietro, si apre un'altra settimana cruciale. Anticipata dalla nuova presa di posizione del colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, chiamato in causa proprio dal pm di Modena. L'ufficiale, tramite il suo avvocato Francesco Romito, dice basta «alle gravissime accuse infondate mosse nei miei confronti» sulla vicenda Consip e si dice pronto ad un confronto pubblico per poter «esercitare i diritti di difesa e di informazione al cittadino». Co un'unico obiettivo: dissipare, dice ancora Ultimo, ogni dubbio rispetto a «paventate minacce alle Istituzioni ed altre azioni eversive» cui hanno fatto riferimento «diversi parlamentari», «il presidente del Pd, il ministro della Difesa e infine il premier». Il procuratore Giuseppe Pignatone incontrerà dunque domani mattina l'aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, titolari del fascicolo Consip: sul tavolo le carte inviate dal Csm e contenenti anche il verbale di audizione del procuratore di Modena Lucia Musti sui casi Consip e Cpl Concordia nel quale il magistrato definisce il maggiore Giampaolo Scafarto, già indagato dalla procura per rivelazione del segreto d'ufficio e falso, e il capitano Ultimo, il colonnello Sergio De Caprio, all'epoca dei fatti comandante del Noe, due «esagitati», «spregiudicati», come «presi da un delirio di onnipotenza». In quell'audizione, il 17 luglio, a Musti, come ai dirigenti degli uffici giudiziari di Napoli, il Csm chiede chiarimenti sulla trasmissione dalla Campania all'Emilia, per competenza territoriale (siamo nell'aprile 2015), del fascicolo sul caso Cpl-Concordia, al centro di una famosa fuga di notizie: quella sulla telefonata tra Renzi e il generale della Gdf Michele Adinolfi. Fu in quel contesto che Ultimo - stando a quello che ha messo a verbale la Musti - avrebbe riferito la frase incriminata al pm: «Lei ha in mano una bomba, se vuole può farla esplodere». Tempo dopo sarebbe invece avvenuto il colloquio tra Scafarto e il pm, quello in cui il carabiniere avrebbe detto «scoppierà un casino, arriveremo a Renzi». L'incontro con il maggiore è precedente di alcuni mesi il deposito dell'informativa del Noe contenente la frase «l'ultima volta che ho incontrato Renzi» (inteso Tiziano), falsamente attribuita all'imprenditore Romeo, mentre era dell'ex parlamentare Italo Bocchino, che si riferiva a Matteo Renzi. Quel che è certo è che solo dopo aver visionato l'intero carteggio arrivato dal Csm, Pignatone e gli altri magistrati decideranno se inserirlo nel fascicolo relativo alla vicenda della centrale di acquisti della pubblica amministrazione o aprire un fascicolo apposito. Intanto anche il Csm domani tornerà sulla vicenda.

La prima commissione, dove è aperta una procedura per l'eventuale trasferimento d'ufficio di Woodcock per incompatibilità ambientale, sentirà gli aggiunti della procura di Napoli Alfonso D'Avino e Giuseppe Borrelli. Le contestazioni riguardano in particolare la competenza ad indagare della Dda, di cui Woodcock fa parte, anche quando era evidente che la camorra non c'entrava. Su questi aspetti il pg di Napoli Luigi Riello, sentito a luglio, ha chiamato in causa proprio D'Avino. Che, dunque, domani potrebbe dare al Csm ulteriori elementi per fare chiarezza. Riello, ha scritto oggi il Corriere, ha infatti sostenuto che D'Avino fece una nota in cui era palese il disaccordo con i metodi di Woodcock. «Ci si trova di fronte ad una patologia - diceva la nota - peraltro grave, che riguarda i reati contro la pubblica amministrazione costantemente ricercati per mesi ed anzi anni, sistematicamente, al di fuori della propria competenza e delle regole interne all'ufficio. Sempre a luglio è stato sentito l'aggiunto Nunzio Fagliasso.

Il magistrato ha raccontato al Csm che le intercettazioni nei confronti del padre di Renzi, Tiziano, disposte dal decreto nel novembre 2016, furono ritardate dalla procura per ragioni di opportunità visto che di lì a qualche settimana ci sarebbe stato il referendum costituzionale e, dunque, quella poteva essere una linea calda quanto a conversazioni di natura politica. A disporre il rinvio, secondo quando si è appreso, fu lo stesso Woodcock, con un'escamotage tecnico. La richiesta fu inviata l'8 novembre, l'ok del gip arrivò il 17 novembre ma il via alle intercettazioni venne dato il 5 dicembre, il giorno dopo il referendum.
Domenica 17 Settembre 2017, 19:37 - Ultimo aggiornamento: 18-09-2017 17:33
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