Napoli, soldi in cambio di voti: tutte le spese mensili dei politici candidati

Una macchina da voti e di soldi. In due, al centro di un caf a Secondigliano, si offrivano al migliore offerente, pescando soprattutto tra i candidati di centro-destra. Ed è in questa attività che i due «grandi elettori» intrecciano affari e conversazioni con consiglieri comunali (alcuni attualmente in carica), con i vertici della municipalità locale e parlamentari, senza disdegnare contatti con la mamma di un boss sanguinario di Secondigliano (che punta ad aprire una clinica per anziani, con i favori della politica) o con i parenti di un killer dei Lo Russo. Migliaia di intercettazioni, è l'inchiesta sul voto di scambio, quella culminata nel rigetto del gip di 82 richieste di arresto. C'è un intero spaccato affaristico che emerge dalle pieghe delle conversazioni.
 
Nulla che possa rafforzare l'ipotesi di voto di scambio - scrive il gip Pepe -, in uno scenario in cui il riferimento costante è ai soldi e ai voti.

Ma andiamo con ordine, a partire dal ruolo dei due presunti faccendieri, vale a dire Giovanni Di Vincenzo, ex consigliere municipale a Miano, eletto nel Popolo della Libertà, e Giuseppe Riganato, che funge da segretario di Di Vincenzo, oltre ad essere impegnato in prima linea nel patronato Caf del Perrone in via Tiberio Cavallo. I due incassano un po' dappertutto. C'è un capitolo che riguarda le telefonate con il presidente della Municipalità Maurizio Moschetti (per il quale il gip esclude l'accusa di voto di scambio), a proposito di soldi e sostegno elettorale. Siamo tra il 24 e il 25 febbraio del 2013, «nelle numerose telefonate - scrive il gip - si attesta il passaggio di denaro da parte del Moschetti al Di Vincenzo, ma, come nei casi precedenti non vi è prova alcuna che la finalità sia quella di acquistare voti, quanto piuttosto quella di investire nell'appoggio del Di Vincenzo alla campagna elettorale del Moschetti (all'epoca candidato al senato). È il 18 febbraio, l'accordo politico è raggiunto. In una conversazione, Di Vincenzo dice a Moschetti: «Allora abbiamo fatto squadra eh? Sto con te a vita, non mi muovo più». Soddisfazione anche da parte di Moschetti: «Faremo cose importanti, Giovanni poi vedrai. Mi raccomando i pullman di venerdì (riferimento alla manifestazione del 22 febbraio del 2013 di Berlusconi a alla Mostra d'Oltremare)». Proprio il giorno della manifestazione, dopo il successo di folla assicurato con la presenza di tre pullman provenienti da Secondigliano, nel caf del Perrone arrivano tre pullman nel patronato si registra «una dazione certa di 4000 euro». Chiosa il gip: «I soldi dati dal Moschetti al Di Vincenzo sono spese inerenti la campagna elettorale». Scenari e accordi simili a quelli emersi da altre captazioni, che riguardano le amministrative del 2016. È il capitolo delle intercettazioni tra Di Vincenzo e Stanislao Lanzotti, consigliere comunale in carica in quota Forza Italia. Soldi per il sostegno elettorale, il gip boccia l'ipotesi voto di scambio. Ma torniamo agli accordi: «Stanislao Lanzotti si rivolge a Di Vincenzo per assicurarsi un considerevole pacchetto di voti nella prossima campagna elettorale (quella di maggio 2016), a fronte di compensi in denaro che gli vengono corrisposti mensilmente nella misura di 500 euro». Non mancano commenti tra due colleghi di partito, vale a dire Ambrosino e lo stesso Lanzotti, a proposito del lavoro del Di Vicino in vista della prossima candidatura.

Ecco la trascrizione che risale al 16 marzo del 2016:

Ambrosino: senti, ma il cacaglio (Di Vicino) lo tieni ancora?
Lanzotti: sì, sì, e lo sta operando questo parente mio, lo sta operando all'occhio...
Ambrosino: «Ah va bene».
Lanzotti: «Fino a luglio, fino ad agosto, deve stare per forza con noi».

Ma ci sono altri capitoli nell'inchiesta condotta in questi anni dalla Dda di Napoli sul giro di denaro, favori e voti in almeno quattro consultazioni elettorali. È il caso di Annunziata Petriccione, uno dei 162 nomi di soggetti iscritti a vario titolo nel fascicolo. Un nome noto agli inquirenti, in quanto madre del boss sanguinario Antonio Mennetta, conosciuto come «el nino» negli anni della faida dei Di Lauro contro gli scissionisti, poi divenuto (tra il 2007 e il 2013) capo dei «girati» della Vannella Grassi. Proprio alla madre, Mennetta confidava la sua voglia di diventare «imperatore» di Scampia, annunciando venti di guerra contro dilauriani e scissionisti. La donna - secondo le carte della Dda - «puntava ad aprire una casa di cura per anziani, con la compiacenza di esponenti politici».

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