Welfare, la denuncia del terzo settore: «Trentamila famiglie a rischio a Napoli»

Trentamila famiglie a rischio assistenza, diecimila operatori che perderanno il lavoro entro tre anni. Il grido d'allarme del terzo settore è stato lanciato ieri al cinema Modernissimo, in una sala gremita di oltre 500 operatori chiamati da Gesco in un'assemblea dalla quale emerge un futuro dai contorni drammatici che mette a rischio l'assistenza socio-sanitaria in Campania.

Numerose le organizzazioni giunte da tutta la regione all'assemblea che si è soffermata sui temi dell'integrazione tra pubblico e privato sociale e sulla crisi del sistema dei servizi sociali e socio-sanitari. Il rischio è che in 2-3 anni l'intero sistema di assistenza si smantelli, con almeno 30mila famiglie senza sostegno e cura, e 10mila operatori senza lavoro.

«Stiamo assistendo a un progressivo depauperamento del welfare e del settore socio-assistenziale - spiega il presidente di Gesco, Sergio D'Angelo - Le Asl sono concentrate sui presidi ospedalieri e sul numero dei posti letto, trascurando l'importanza del territorio, dell'integrazione socio-sanitaria e della funzione assicurata in questi anni dal terzo settore, mettendo in crisi le esperienze migliori e i progetti che avevano creato un po' di innovazione». Secondo il presidente Gesco «si fanno avvisi pubblici per personale socio-sanitario ma si offre un contratto a tempo determinato, precarizzando il lavoro e l'assistenza». Dura la sentenza: se il trend continua così, non è difficile ipotizzare che in pochi anni chiuderanno tanti servizi e progetti innovativi nei settori della salute mentale, delle tossicodipendenze e delle disabilità.
 
Dal dibattito emerge come «unica strada possibile» quella di fare rete. «Non è un'opportunità, ma un obbligo. Perché da soli non si va da nessuna parte» per Rosario Stornaiuolo di Federconsumatori il quale insiste sulla disparità sociale dove «non si discute di immigrazione ma i migranti diventano un problema di ordine pubblico, così non si parla di povertà ma su dove nascondere i poveri. È un Paese dove la disabilità è una cosa che nessuno vuole più ascoltare. Un paese diviso a metà: a Palermo c'è la refezione per duemila bambini, a Firenze per 22mila pur essendo un città molto più piccola».

Sull'idea di darsi da fare concorda anche Toni Nocchetti di «Tutti a Scuola», che insiste sulla flat tax «con cui ci campano i ricchi. Questo è un tempo in cui le scelte di campo vanno fatte seriamente. Con questa classe dirigente non andiamo da nessuna parte».

«Fino a qualche anno fa, a queste assemblee partecipava sempre qualche politico - dichiara Mario Mirabile dell'Unione Ciechi e Ipovedenti Napoli - Oggi mancano gli interlocutori. Di disabilità terzo settore non se ne parla più. Per ciò che riguarda i disabili visivi, nella nostra regione l'assistenza specialistica non esiste». «In Campania si spendono 300 milioni per la riabilitazione e nulla per il sostegno alla vita indipendente. Io non ho solo bisogno di assistenza sanitaria - afferma Giampiero Griffo di Fish-Federhand - Non si fanno progetti individualizzati, la nostra Regione è quart'ultima per i servizi alla disabilità».

Oltre alle denunce, però, dall'assemblea è stato lanciato l'invito al presidente della Regione Vincenzo De Luca di avviare un nuovo dialogo con il terzo settore e di valorizzare il modello operativo nella gestione dei servizi socio-sanitari costruito attraverso l'integrazione tra pubblico e privato sociale, orientato alla cura e all'emancipazione delle persone dal disagio, con percorsi di socializzazione, autonomia abitativa, lavoro concreto.

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