Napoli spagnola e Raffaello: i colori del Rinascimento

Al museo di Capodimonte il ministro Sangiuliano inaugura la mostra con 66 opere per raccontare il trentennio della dinastia aragonese

Un trono d'età imperiale, movimentato da gambe corpulente in una posa così poco femminile, così tanto insolita. È il Giove Ciampolini, del II-III...

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Un trono d'età imperiale, movimentato da gambe corpulente in una posa così poco femminile, così tanto insolita. È il Giove Ciampolini, del II-III secolo dopo Cristo, un simbolo dell'arte romana che Raffaello riproduce su tela. Per la prima volta, «La Madonna del pesce» e l'originale che ha ispirato il dipinto dialogano tra loro, nella stessa sala, al museo di Capodimonte: la statua arriva eccezionalmente dal Mann; la Vergine con le cosce virili e intorno santi umani e animati, ritorna in città dopo 400 anni, trasportata dal Prado, che ha già realizzato un focus sulla storia che intreccia le due realtà tra il 1503 e 1532, arricchito dai prestiti della reggia borbonica, in viaggio al contrario.


Sessantasei opere, provenienti anche da altre gallerie e collezioni, fino al 25 giugno compongono la mostra «Gli spagnoli a Napoli. Il Rinascimento meridionale», centrata su quel trentennio della dinastia aragonese che si contraddistingue per la vivace presenza dei maestri iberici, a fianco di pittori come Andrea Sabatini da Salerno e Marco Cardisco e scultori come Giovanni da Nola e Girolamo Santacroce, che reinterpretano le innovazioni introdotte da Raffaello, Michelangelo, Leonardo. «L'esposizione sorprende e affascina perché richiama l'attenzione su periodi, luoghi, artisti e aspetti poco conosciuti», sintetizza il direttore del Prado Miguel Falomir Faus, che così ha attirato 100mila visitatori.


A cura di Riccardo Naldi e Andrea Zezza, il percorso appena inaugurato comincia con l'«Adorazione dei magi», di Marco Cardisco, trasferita da Castel Nuovo. Subito dopo, diverse vedute della città. Il trittico della Madonna con bambino di Jean Bourdichon. E il San Biagio di Pedro Fernàndez, che ricorda la grandezza monumentale di Michelangelo. Tra le opere quasi mai viste in precedenza, si segnalano una Madonna di Loreto di Paolo degli Agostini, acquistata negli anni Settanta da Capodimonte e custodita nei depositi, e poi il san Benedetto, di Girolamo Santacroce, con un'altra scultura scovata nel seminario arcivescovile di Napoli; mentre la «Prudenza», dello stesso autore, appare rimaneggiata successivamente per coprire la nudità del seno. Vale la pena di soffermarsi sulle sculture di Bartolomé Ordóñez. E la Madonna del latte di Pedro Machuca, che si «guarda» con l'altra più famosa, di Raffaello.
Le aperture nelle sale, tutte grigie, unico colore e fondo, consentono di ammirare i dipinti e le statue da più punti di vista, in un riuscito gioco di prospettive e richiami tra stili e iconografia. A confronto il San Sebastiano, di Diego de Siloe e di Alfonso Berruguete, sistemati a lato del «Cristo flagellato», altra opera di de Siloe che segna la definitiva rielaborazione del Rinascimento in Spagna, con il rientro degli artisti da Napoli. Tra Burgos e Madrid l'alabrastro e il legno policromo sostituiscono il marmo di Carrara, senza rinunciare alla espressività dei volti e alla plasticità delle sagome.


Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che chiude la cerimonia, si fa fotografare anche davanti a una Madonna di Marco Cardisco acquisita nella collezione Cavallini-Sgarbi: Vittorio, suo sottosegretario. Nel salone delle feste, cita i filosofi Croce, de Tejada e Vico per sottolineare il rapporto tra Napoli e la Spagna, «non di sudditanza, ma di integrazione. Un'occasione per riflettere anche sull'Europa», ripete davanti alle telecamere. E il presidente della giunta campana, Vincenzo de Luca, non perde l'opportunità di agganciarsi all'attualità. Con tono vivace: «L'Italia non sarebbe tale senza l'umanesimo e la cultura e la storia di Napoli. Sarà bene che ce lo ricordiamo nei mesi prossimi», dice, rivolgendosi a Sangiuliano. Il direttore del museo Sylvain Bellenger, nel suo stile post-rivoluzione francese, è ancora più diretto e concreto. Fa notare che il sindaco è «un po' in ritardo perché bloccato nel traffico», a proposito delle difficoltà nei trasporti per raggiungere Capodimonte: dalla zona Est Gaetano Manfredi arriva al termine della conferenza, senza poter più prendere la parola per presentare il museo diffuso che ha contribuito a realizzare, ovvero il tour nelle chiese con le opere spagnole collegate alla mostra, in programma tra aprile e giugno.

Quindi, Bellenger ringrazia tutti - Manfredi, de Luca e Sangiuliano e, innanzitutto, la sua «squadra eccezionale» - e rimarca le carenze di personale: «Mi trovo a essere direttore di un'orchestra da camera, un quintetto che ogni giorno deve suonare il grande concerto filarmonico di Capodimonte». Probabilmente direttore non oltre l'autunno perché il suo contratto è in scadenza. «Non so nulla del nuovo bando, ma non dovrei poter partecipare per un terzo mandato, del resto quale candidato saprebbe rispondere più di me alla commissione di valutazione?», spiega. E, in uscita, provvisoriamente, ci sono anche opere del museo: la «Flagellazione» di Michelangelo Merisi è tra quelle già trasferite a Palazzo Reale per i «Dialoghi intorno a Caravaggio». Giovedì mattina l'inaugurazione dell'altra mostra.

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Il Mattino