Quando Pomilio interrogava i silenzi di Dio: l'atteso ritorno del«Quinto Evangelio»

di Donatella Trotta

Un grande classico. Che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Destinato, per questo, a interpellare (e inquietare) eternamente le coscienze dei posteri, segnando così la differenza tra ciò che Arthur Schopenhauer chiamava «la letteratura che passa» e «quella che resta». A venticinque anni dalla morte e a quaranta dalla pubblicazione del suo polifonico romanzo capolavoro, Il Quinto Evangelio, Mario Pomilio torna finalmente a far risuonare la sua voce pensosa (e, ancor oggi, minoritaria) di autorevole testimone del Novecento, appartato «pellegrino di sogni», «clandestino della letteratura», schivo esploratore dell’esistenza e tenace cercatore di verità come «mèta mobile»: in bilico tra «il dovere del dubbio e la vigilanza sul dubbio», ma anche in dialogo ininterrotto con il persistente “silenzio di Dio”.



E a cinquant’anni dal «fuoco» dei fermenti del Concilio Vaticano II, per il laico e credente Pomilio «una delle più straordinarie e inaspettate rivoluzioni spirituali del nostro tempo», capace di operare profondamente «nella nostra visuale religiosa e nella nostra stessa sensibilità», giunge allora più che opportuna - direi necessaria - l’attesa edizione definitiva de Il Quinto Evangelio, appena pubblicato da L’Orma editore (pagg. 501, euro 26): “romanzo-enciclopedia” di straordinaria forza e intatta, attualissima suggestione, l’opera forse più ambiziosa e complessa - non a caso tradotta in tutto il mondo - del grande scrittore di origine abruzzese, napoletano di adozione ed europeo per vocazione ed esperienza biografica e culturale.



Il Quinto Evangelio torna ora in libreria nella nuova serie della collana fuoriformato, diretta da Andrea Cortellessa con il significativo intento di dare spazio a testi italiani «irriducibili a convenzioni di genere, impaginazione, stile», ossia alle frontiere delle tradizionali dimensioni della narrativa, della poesia e della saggistica, con scritture in altri termini “aperte” alla sperimentazione autentica, originale e inedita. Caratteristiche che - non a caso - costituiscono la cifra stessa di questo romanzo di Pomilio, opportunamente impreziosito nella nuova edizione critica da un denso saggio di Gabriele Frasca (attuale presidente di quella Fondazione Premio Napoli che nel 1975 insignì del riconoscimento proprio Il Quinto Evangelio, in quell’anno anche Prix Raymond Queneau per il miglior libro straniero), che mette a fuoco tre nodi cruciali dell’opera, con la sua contraddittoria ricezione, nel complesso orizzonte storico di una “filologia fantastica” dalla robusta «nervatura etica a fior di pelle»: la “verità” come parresìa; la “ricerca” (come metodo, anche rispetto alla Parola, alla lingua e all’ispirazione cristologica) e la “consegna”, ovvero il tema tutt’ora vitale della trasmissione/traduzione della tradizione, non esente da “tradimenti”, nell’eterno e polisemico fluire del pensiero poetante con un supplemento d’anima.



E torna allora utile, a ri-leggere oggi questa poderosa opera volutamente aperta, dalla struttura rizomatica, anche la nota archivistica di Wanda Santini sull’”officina”, le varianti e il metodo dello scrittore, oggi ripercorribili grazie al fondo Pomilio depositato dai suoi figli, Tommaso e Annalisa, al Centro Manoscritti di Pavia; e soprattutto, in Appendice di questa edizione critica, i tre contributi di Pomilio stesso sulla genesi, le varianti e la temperie culturale di un travagliato iter compositivo che aiutano il lettore a chiarire con maggiore consapevolezza il nesso tra testo, avantesto, contesto e ipertesto (come insieme di microtesti) del Quinto Evangelio. Nesso precisato dal suo autore già nel 1975 in Preistoria d’un romanzo, in Le varianti del «Quinto Evangelista» e persino in un articolo per «Il Tempo» dell’8 dicembre 1975, dal titolo «A dieci anni dal Vaticano II. Una ventata innovatrice», ancora oggi illuminante come chiave di lettura per un libro che si configura come una sorta di «opera totale» al di là dei generi letterari, che include i Vangeli stessi come letteratura e sconfina di continuo tra narrazione e saggistica, dibattito d’idee e immaginazione, poesia, teatro e storia, teologia, scritture apocrife e fantafilologia, attraverso l’invenzione coerente e concatenata, in 17 parti, di lettere, documenti, favole, novelle, aneddoti, leggende, storie, rifacimenti, professioni di fede più o meno “eretiche” e persino un testo drammaturgico, Il Quinto Evangelista, che com’è noto fu pure messo concretamente in scena da Orazio Costa.



Il tutto, a partire dalla ricerca dell’inquieto protagonista Peter Bergin, soldato americano di stanza a Colonia nel 1945 e ricercatore universitario, che suo malgrado si troverà a orientare la sua vita (e quella dei suoi allievi-discepoli) sulle tracce del mito dell’introvabile quinto evangelo del Cristo. Il libro – quasi un avvincente giallo religioso, ma ben prima e con ben diversi fondamenti etico-epistemologici rispetto a romanzi successivi di grande successo e dubbie derive new age: da Il nome della rosa di Umberto Eco fino al Codice da Vinci di Dan Brown, per intenderci - è così uno stupefacente mosaico di frammenti incastonati in un arco temporale di vari secoli che rifrange, in un abile gioco di specchi, segni e rinvii, l’irradiazione di un’idea di fondo, da sempre soggiacente alla storia della cristianità: l’enigma dell’esistenza di un Libro dei Libri capace di avvicinare alla fonte primaria della Buona Novella cristiana trasformando così cacciatori di documenti, non necessariamente credenti, in cercatori di verità.



Tema portante del romanzo, infatti, è quello squisitamente paolino (da Paolo di Tarso a Paolo VI) del confronto del Vangelo con il mondo, e del cristiano con la storia (e, dunque, con il mistero del male: incarnato sia dal buio della guerra che dal tradimento di Giuda); ma, sotteso a questo, anche quello di un’ineludibile etica della responsabilità in una letteratura dell’interrogazione perenne e dell’esegesi del possibile, del non detto e dell’invisibile; una letteratura insomma che Ferruccio Parazzoli definirebbe della «verticalità» (più che dell’orizzontalità oggi imperante) o, come precisa Pomilio stesso, «della ricerca, e dell’impazienza, della inquietudine, perfino del rischio della ricerca» ma, soprattutto, «della testimonianza: del Vangelo da recuperarsi di continuo alle radici, e, se non da rivivere, da riproporre di continuo».



Certo, i tempi della letteratura sono lunghi, diversi da quelli della cronaca e della stessa storia, come intuiva profeticamente Pomilio stesso: peraltro ben consapevole, come scrisse in una lettera inedita del 2 febbraio 1974 all’amica Maria Pia Bonanate di aver concepito un romanzo «così fuori di ogni regola, così poco allettante, duro, impegnativo» (la lettera è ora nel volume degli Atti relativi al convegno al Suor Orsola Benincasa di Napoli su «Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli», in memoria di Carmine Di Biase, da poco pubblicato dalle edizioni Studium a cura di Fabio Pierangeli e Paola Villani e ricco di testimonianze inedite).



«È stata - confessava Pomilio all’amica Maria Pia, sul finire della stesura del suo libro - una grande fatica... Il dubbio è stato dominante, dal principio alla fine per questo romanzo... Eppure non lo si crederà è tutto un libro di fantasia, e sembrerebbe tutto preordinato, mentre è nato per caso, secondo una specie di vagabondaggio spirituale, di curiosità nata via via, di continue svolte e imprevisti. Non so quale effetto avrà fra i lettori. Ma alcune pagine, rilette oggi, mi hanno confortato. Non sono narrativa, non sono nemmeno saggistica. Non vi si cammina come attraverso un romanzo, ma come attraverso un’antologia che spazia di là e di qua, offre prove contrastanti e diverse fra loro. La maggiore e minore forza dei singoli passi io spero conti poco, che conti più il loro rapporto con l’effetto d’insieme. Anche la “tesi del libro”, adesso che ci penso, è sorpassata da questa varietà. Mi si chiederà, ne sono sicuro, che cosa ho voluto dimostrare, ma adesso non lo so più. Propone suggestioni di un tipo e alternative di un altro tipo, è contestatore ed è tradizionalista, è innovazione ed è nostalgia. Ed è fatto in tal modo che lo domina piuttosto la cadenza dello sconcertante. Comunque un libro a parte. Difficile per i palati italiani, per la visione che si ha da noi del romanzo, o per lo meno per quel che si richiede ai narratori, nati in Italia. La novità la consentiamo di preferenza agli stranieri, da noi vige l’amore per la regola e la regolamentarità».



E allora i tempi della letteratura «che resta», come si diceva all’inizio, sono ancora più lunghi: perché se la letteratura «che passa» è esercitata da chi vive della scienza e della poesia e «va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati», immettendo ogni anno migliaia di opere sul mercato con una «gloria» tanto prematura e rumorosa quanto effimera; l’altra, invece, è prodotta da persone che vivono per la scienza e la poesia, e perciò la loro letteratura procede nel cammino «seria e quieta» ma in modo «estremamente lento», con una dozzina scarsa di opere in un secolo, in Europa, «le quali però rimangono». Questo spiegherebbe il rinnovato e accresciuto interesse, oggi, per Mario Pomilio e per la sua opera decisamente schierata sul versante dell’impegno, anziché dell’evasione o del facile intrattenimento: opera letteraria che per Gabriele Frasca va dunque «tutelata e difesa come identità nazionale, con la potenza della sua lingua e di un pensiero che, difendendo l’ortodossia, proprio per questo è rivoluzionario».



Il gradito, atteso e necessario ritorno de Il Quinto Evangelio giunge così, in pieno pontificato del primo Papa Francesco, argentino e gesuita, all’indomani del fervore di studi generato dal convegno napoletano e a pochi mesi dalla ristampa, per Vita e Pensiero e l’editrice Hacca, di testi pomiliani come la “favola politica” Il nuovo corso (con la prefazione di Alessandro Zaccuri che riporta al presente i fatti d’Ungheria, evento concreto di un’attualità tuttora irrisolta) e la preziosa raccolta di Scritti cristiani (una nuova edizione arricchita di altri 11 testi di cui uno inedito), pubblicati per la prima volta rispettivamente nel 1959 e nel 1979 e da molti anni irreperibili in libreria.



Se ne parlerà domenica al Salone internazionale del Libro in corso a Torino dove L’Orma editore sarà presente, con gli editori Hacca e Vita e Pensiero (ore 10, Independent’s Corner, Padiglione 1) per riflettere con Giuseppe Lupo, Mirko Volpi e Alessandro Zaccuri sulle ragioni non soltanto narrative del leggere, o rileggere, Mario Pomilio oggi.
Venerdì 15 Maggio 2015, 18:22 - Ultimo aggiornamento: 15-05-2015 18:25
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