Maria Pirro

«Colpito dall'infarto, così mi sono salvato in 180 minuti»

di Maria Pirro
Questa è la storia di un infermiere per trent’anni in servizio nel pronto soccorso del più grande ospedale del Sud. Un infermiere che ha aiutato a mettere in salvo molte vite senza però immaginare che, un giorno, sarebbe stato salvato lui dai colleghi. «Ho avuto un infarto in auto, dopo il turno al Cardarelli» racconta Agostino Genovese, 62enne di ritorno in ospedale con moglie e figlia. «Sono stato però fortunato. Mi sono fatto la diagnosi da solo e, se la Guardia di Finanza non mi avesse scortato, sarei rimasto imbottigliato nel traffico per ore» spiega. La patologia è «tempo dipendente», la rapidità di intervento fondamentale per il successo terapeutico, per ridurre la mortalità e per la prognosi. Secondo i dati del ministero, il 40 per cento degli ammalati tra i 35 e i 64 anni muoiono prima di arrivare in corsia.

Dice il direttore della centrale operativa del 118, Giuseppe Galano: «In caso di dolore toracico e sintomi che fatto sospettare una sindrome coronarica acuta, la cosa migliore è contattarci subito». Da quest’anno la rete Ima è attiva anche in Campania, gli operatori sono cioè in grado di effettuare un elettrocardiogramma a casa del paziente e trasmetterlo alla centrale operativa (con sede al Monaldi e al Policlinico Federico II) per la sua lettura e quindi provvedere al trasporto, se serve, nel centro di riferimento per la angioplastica finalizzata alla disostruzione del vaso coronarico. Ciò significa evitare passaggi intermedi, che rappresentano solo una perdita di tempo. «L’ideale è poter effettuare l’operazione entro 120 minuti dalla insorgenza dei sintomi (golden hours), le procedure risultano più efficaci», sottolinea il cardiologo Bernardino Tuccillo. La rete dell’infarto include le strutture che hanno solo il reparto specialistico, denominati spoke, e centri hub dotati anche di emodinamica pronti a intervenire in qualunque momento, 365 giorni all’anno. L’ultimo polo attivato è quello dell’Ospedale del Mare diretto da Tuccillo, altri sono previsti a Castellammare e Nola. Tra un mese ogni zona di Napoli e provincia avrà il suo ospedale di riferimento.
«L’operazione consiste nel “rompere” la placca che determina l’ostruzione, mediante l’introduzione di un catetere nel sistema arterioso», chiarisce Ciro Mauro, direttore del reparto al Cardarelli che ha operato Genovese. Non senza un’altra incredibile coincidenza: «Quella domenica mio figlio, infermiere come me, era in servizio proprio in emodinamica al Cardarelli. I suoi colleghi sono rimasti ben oltre l’orario per sostituirlo», aggiunge commosso Agostino.

Dopo l’operazione può essere utile un percorso riabilitativo, ma soprattutto vanno messe in atto tutte le misure necessarie per la cosiddetta prevenzione secondaria. Significa modificare lo stile di vita, non fumare, niente vita sedentaria, attenzione ai fattori di rischio quali diabete, ipertensione e colesterolo (quello ldl deve essere inferiore a 70mg/dl). «Quando i farmaci di uso comune come le statine non sono in grado di garantire un controllo adeguato, abbiamo a disposizione nuovi inibitori del recettore Pcsk9», spiega Tuccillo. La somministrazione avviene con una puntura sottocutanea ogni 15 giorni. Ma la dieta resta decisiva. «Studi recenti hanno dimostrato che avere un colesterolo ldl anche inferiore a 50 si associa a una significativa riduzione della mortalità e di nuovi problemi cardiovascolari, senza effetti collaterali».
Sabato 5 Maggio 2018, 22:17
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