Maria Pirro
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Maria Pirro

«Lo stop ai trapianti di cuore
dovuto a tagli e miopia politica»

Venerdì 12 Maggio 2017 di Maria Pirro
«Martina è il nuovo simbolo del diritto alle cure negato a Napoli», sostiene Giuseppe Caianiello, ex primario della cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, a proposito della vicenda della ragazzina di 16 anni costretta a emigrare a Bergamo perché i trapianti pediatrici di cuore sono sospesi nell'ospedale cittadino.
Perché vuole intervenire?
«L'ho inserita io in lista d'attesa per il trapiantio salvavita, nel 2013, dopo averla già operata e seguita in reparto assieme ai colleghi per oltre dieci anni. Martina è nata, infatti, con una malattia congenita, particolarmente grave e complessa. Ma vorrei sottolineare un altro aspetto della vicenda».
Quale?
«Mi preme affrontare le cause dei pesanti disagi che oggi vivono i bambini in attesa di trapianto o già sottoposti all'intervento. Nel caso di Martina, sono previsti controlli settimanali dopo le dimissioni dall'ospedale, per mesi: ciò significa che lei e la sua famiglia dovranno restare al Nord o sostenere ingenti spese per gli spostamenti, cui potrebbero aggiungersi ulteriori problematiche dovute anche a una banale infezione».
Si riferisce all'assistenza d'urgenza?
«Questi pazienti assumono farmaci immunosoppressori che li rendono fragili: è indispensabile che abbiano un centro di riferimento vicino a casa, presente al Monaldi ma da potenziare».
Quindi, a suo giudizio, quali sono le cause dei pesanti disagi?
«Dipendono innanzitutto dalla miopia della politica, di ieri e adesso. Lo vorrei ricordare al deputato Raffaele Calabrò, intervistato dal Mattino, perché le mie denunce sulle difficoltà in reparto presentate negli anni scorsi e non risolte sono state indirizzate anche a lui. Nella giunta Caldoro, Calabrò è stato consigliere per la sanità».
Colpa della politica, dunque.
«È chiaro che la Regione non può fare tagli linerari per meri scopi ragioneristici a scapito di strutture d'eccellenza. La sospensione dei trapianti pediatrici, dunque, è conseguenza della gestione Caldoro: se avesse, a tempo debito, sanato la situazione, oggi non ci sarebbe questo impasse».
Scagiona il direttore generale del Monaldi, Giuseppe Longo.
«Non è colpa sua. Si è trovato a dover fronteggiare una situazione impossibile».
E De Luca?
«Il nuovo governatore è stato finora mal consigliato, più centri di eccellenza restano in crisi».
Lei è andato in pensione, in anticipo, perché esasperato.
«Ho fatto sacrifici enormi, per dieci anni, per portare avanti il reparto solo con la mia collega Gabriella Farina. E la situazione non è cambiata in termini numerici, dopo il mio addio, a ottobre 2015. Con la differenza che oggi nessuno vuole assumersi la responsabilità di lavorare in due, di notte e di giorno, in tali condizioni».
Soluzioni? Che cosa propone?
«Serve potenziare l'organico e affidare la responsabilità dei trapianti pediatrici a un medico che si dedichi a questo. Al Monaldi, all'altezza del ruolo c'è Andrea Petraio, cardiochirurgo a lungo al mio fianco, che ha sempre seguito con passione e professionalità questi bambini. Ma, per ripartire, tutti i professionisti della struttura devono superare le divisioni segnalate persino nell'audit disposto dal ministero che ha poi portato alla sospensione dell'attività».
Lo ritiene possibile?
«Certamente, se il direttore generale Longo, capace e competente, è messo in condizione di lavorare, sbloccando i concorsi».
Una sua previsione sui tempi per ripartire?
«Serviranno almeno due anni per poter tornare a regime». Ultimo aggiornamento: 15-06-2017 12:23