Caserta, «arrostiti» sotto al sole:
in fila davanti alle Poste

Venerdì 31 Luglio 2020 di Franco Tontoli

È il 30 di luglio: cronaca di una mattinata fatta di persone arrostite al sole, in fila alle agenzie postali. Da tre giorni sono in pagamento le pensioni, manca un giorno dalla scadenza delle tasse e della prima rata per quella comunale sui rifiuti, i cui bollettini sono ancora in distribuzione e in tanti temono addebiti per morosità. Tutte le operazioni sono per la maggior parte eseguibili alle Poste, di persona per chi non ha rapporti cordiali con i servizi online o anche col telefonino, mezzi che sono comodissimi ma andiamo a dirlo a quanti sono rimasti al «pronto, chi parla». Nemmeno le ore di primo mattino hanno portato refrigerio e si accodano a quelle della notte bollente, anzi prendono la rincorsa per farsi bollenti già dalle 10 per avvicinarsi ai 30 gradi del termometro e ai 40 percepiti in strada. Tutto questo, in clima ancora da Covid 19, con mascherine e distanziamento.

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Figurarsi i bollori in fila alle agenzie postali cittadine per le incombenze descritte; il resoconto che segue parte dalle ore 7.20 a quella di via Fuga, accorsatissima, al centro di un agglomerato di rioni da farne un paese. Alla porta già un grappoletto di persone che sanno bene che gli uffici aprono alle ore 8.20, ma meglio anticiparsi. Lo ha fatto anche Ciro Angelone, noto orafo del centro che il giorno prima ha fatto una inutile fila perché tardiva e, allora, sveglia da servizio militare per conquistare il virtuale numero 22 alla fila autogestita. Il tempo di mettersi in pace con la macchinetta per il parcheggio e il grappoletto è diventato più consistente, in quattro minuti nuovi arrivi, alle 8 saranno in 34, tutti cordialmente salutati dal vigilante che annuncia l'imminente apertura, raccomanda distanziamento e mascherina: il giorno prima alla posta centrale i carabinieri hanno fatto un po' di multe. Salate. Comincia una rappresentazione che rende godibile l'attesa. Si entra a quattro per volta quanto gli sportelli attivi, mentre si rimpolpa il grappolo. Si dovrebbe dire si allunga la fila, ma non è una fila, mica stiamo a Londra, è una massa magmatica semovente, la ricerca di un posto ai due parapetti che fanno da sedili, si ritma il «chi è l'ultimo?» a ogni sopravvenuto, «quella signora col carrello», «no, è il signore col cagnolino, io sono venuta prima». Discussione, contenuta e civile, ma sempre straparlare è. Il cagnolino del signore, intanto, ha trovato da litigare subito con una barboncina di nome Alice, come da richiamo del conduttore, e ci mancava anche l'«appiccico» dei cagnetti.
 


Alle 9.15 il vigilante invita a fare largo, a tenersi a distanza, pare un allarme. È arrivato il furgone portavalori, si armeggia a un portello, chissà quanti soldi. Un sacchetto di monete che sarà stato di un chilo al massimo viene infilato nel portello blindato dell'ufficio. Qualche risata. All'interno, di quattro in quattro, si procede spediti, personale cortese e veloce, l'aria condizionata ristora, si esce come dopo gli orali all'esame di maturità, «Urrà, ce l'ho fatta». Questo a un'agenzia sotto un porticato, protetta dal sole. Figurarsi altrove, allo scoperto. Alle sede centrale, la passerella per i disabili è preferita perché il corrimani fa da spalletta di appoggio ma è un barbecue, sono le 11 circa, ci si sventola e si fa la conta con quelli dirimpettai in fila, sempre assortita, all'ombra di fronte. Un giro in periferia, solidarietà a chi sta in fila a Staturano, addossati al muro come hamburger alla piastra verticale, altrettanto in piazza della Seta a San Leucio, microagenzia da due utenti per volta, il resto a fare elioterapia. Lamentele, borbottamenti, gli uffa che si sprecano ma si è in quelle situazioni irrisolvibili come in certe discussioni in cui tutti hanno ragione e, quindi, il problema è irrisolvibile. Anche questo disagio è un ulteriore anello di quella catena che il coronavirus ha messo al collo di noi tutti.

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