I veleni del nord seppelliti nell'Agro: riparte il processo

di Mary Liguori

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Se hanno trasformato la loro terra in un'enorme pattumiera sotterranea, se hanno consentito che i veleni finissero sotto i piedi dei loro stessi figli e che, ancora, la loro gente bevesse acqua avvelenata e mangiasse prodotti ortofrutticoli contaminati da rifiuti industriali, lo stabilirà il processo che si è aperto ieri dinanzi ai giudici di Santa Maria Capua Vetere. Fatti vecchi, storie che all'epoca sembrarono incredibili, i cui effetti sono purtroppo attualissimi, in termini di pessima pubblicità per la Campania e per il settore agro-alimentale. Il processo che stabilirà se ci fu la responsabilità dei Casalesi nell'inquinamento dell'Agro Aversano perpetrato tra il 1992 e il 1993, si aprì un anno fa a palazzo di giustizia di Napoli Nord, ma fu una falsa partenza perché nel periodo in cui sono collocati i reati, il tribunale di Aversa non era ancora stato istituito, (fu inaugurato nel 2013) per cui il procedimento si è fermato per poi ripartire, ieri, a Santa Maria Capua Vetere. Alla sbarra ci sono i cugini del padrino Sandokan Schiavone: Francesco Schiavone, omonimo del padrino e noto col soprannome di Cicciariello, e Walter Schiavone proprietario della villa in stile Scarface confiscata e poi abbandonata. Imputati anche il pentito Luigi D'Ambrosio e Nicola Pezzella, genero del collaboratore di giustizia (deceduto) Carmine Schiavone.

I VELENI
Fu proprio D'Ambrosio, manovale di una ditta edile, a fornire le prime indicazioni sulla presunta esistenza del cimitero dei veleni. «Vennero sul sito Walter Schiavone e Nicola Pezzella: imbracciavano delle mitragliatrici. Walter fece posizionare i bidoni e si assicurò che venissero coperti con la terra da noi operai». D'Ambrosio, nome di battagli «uccellino», era persone di cui gli Schiavone si fidavano. Manovrava l'escavatore e aveva vent'anni nei primi anni Novanta quando, sempre secondo i pentiti, sotto i terreni del Casalese furono sotterrati i fusti di mercurio provenienti dal nord Italia. Fusti che neanche gli scavi hanno però mai portato alla luce. Eppure la monnezza, diceva il pentito Carmine Schiavone, è oro. E i Casalesi, secondo la Dda, procedimento iniziato con il pm Giovanni Conzo e ora in capo ai sostituti Vincenzo Ranieri e Giacomo Urbano, pur di fare la parte di «re Mida» avrebbero aperto le porte dell'Ago Aversano, quello stesso territorio da cui avevano bandito la droga, a sepolture di veleni. Nel 2014, a caccia di prove, la Dda ordinò scavi massicci che portarono alla luce iniziarono gli scavi che stabilirono che lì sotto le migliaia di case abusive e nei terreni sconfinati che circondano Casal di Principe, Casapesen 150mila metri cubi di spazzatura. Dei fusti, come detto, neanche l'ombra, ma i terreni furono esaminati e le concentrazioni di stagno, berillio e idrocarburi pesanti risultarono molto alte. Tanto da mettere a rischio la falda acquifera. Allarmanti furono infatti i risultati delle analisi eseguite nei pozzi di via Vaticale, via Brindisi, corso Umberto, via Cavour e lungo la Circumvallazione.

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Venerdì 11 Gennaio 2019, 11:11
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