Il Matese «galleggia» sul vulcano,
residenti esorcizzano il rischio sisma

Venerdì 12 Gennaio 2018 di Roberta Muzio
Il Matese «galleggia» sul vulcano, residenti esorcizzano il rischio sisma

Risalire il versante per poi discendere lungo le curve tortuose, percorrendo le strade e i centri che si trovano proprio sopra la sorgente di magma, quella che da pochi giorni sembra essere l'anima addormentata ma viva del gigante appenninico: il Matese.

Alle spalle il Molise, la piana di Bojano e, subito prima di salire verso Guardiaregia, percorrendo la Provinciale 164 Valle del Volturno (ex SS 158 dir), Campochiaro. Qui esiste un centro funzionale importante della Protezione civile nazionale che ha un ruolo strategico, ancora più evidente alla luce della recente diffusione della ricerca scientifica. Uno studio di esperti dell'Ingv e dell'Università di Perugia che, in queste ore, è oggetto di analisi e fonte di opinioni. Si è partiti dalla sequenza sismica del dicembre 2013-gennaio 2014 per arrivare al magma che si troverebbe tra i 30 e i 10 chilometri di profondità, al di sotto di San Gregorio Matese. Sarebbe questa sorgente che, in una prospettiva di tempi geologici, farebbe pensare a una eruzione vulcanica, l'origine di possibili sismi di magnitudo significativa. Prospettiva, quella di terremoti forti che, se sul versante molisano è da tempo accettata e calcolata, su quello campano, territorio oggi del Parco regionale e, a breve, del futuro Parco nazionale, si è invece resa palese proprio da cinque anni a questa parte.

Forse perché la memoria del terremoto del 1805 i molisani non l'hanno mai perduta. «Giorno della sventura il 26 di luglio, alle ore due e undici minuti della notte. Centro del moto Frosolone, monte degli Appennini fra la Terra di Lavoro e la Contea di Molise: il terreno sconvolto da Isernia a Jelsi, miglia quaranta, e per largo da Monteroduni a Cerreto, miglia quindici, per ciò seicento miglia quadre, designando, un lato della figura, la catena lunga dei monti del Matese». Così lo descrive Gabriele Pepe nel 1806: «Il dì seguente a quello del tremuoto, sursero nella citta di Bojano tre grandi torrenti d'acqua. Le acque del fiume Trigni e del Biferno, come altresì quelle di tutte le sorgenti divennero sì torbide, e fangose, che per tre giorni consecutivi apparivano nere come l'inchiostro».

L'intensità massima raggiunta, certifica l'Ingv, di tale sisma fu di magnitudo 10 sull'epicentro e 6 a Piedimonte Matese. Pepe parla di 6 mila morti. Frosolone, in provincia di Isernia, raso al suolo.

Riflessioni che accompagnano il percorso in salita dell'arteria che, una volta superato il confine, in Campania, diventa Provinciale 331. Paesaggio di impressionante bellezza, monti ricoperti da boschi intervallati da brevi radure. La via passa attraverso faggete. Una strada che, in presenza di neve, quasi sempre d'inverno, diventa difficilmente percorribile, soprattutto in direzione Bocca della Selva dove il rifugio spesso rimane isolato. Sella del Perrone, a poca distanza da Campitello Matese, si trova a una manciata di chilometri dal lago del Matese e, qui, l'altimetro segna 1915 metri.

È quella la prima fermata. Perché, a voler lavorare di fantasia, tra migliaia di anni, la risalita del magma, insomma l'eruzione, è facile immaginarsela in tale luogo, tanto silenzioso e deserto in questo periodo dell'anno. Non ci sono case, solo qualche sparuta fattoria e chalet di vacanza. «Il Matese era ed è un sorvegliato speciale, poco conta se l'origine dei terremoti è da ricercare nelle faglie presenti o nei fenomeni vulcanici che, peraltro, difficilmente producono sismi di grado superiore al quinto». Nicola Petrella, vice presidente della sezione locale dell'Associazione italiana insegnanti di geografia, stempera l'allarmismo di questi giorni e ciò che spiega ha l'effetto di una sveglia che suona nello spazio tempo dell'immaginazione: il risultato è riportare al presente. D'altra parte la domanda era assai suggestiva: se questo magma si trova a una profondità tra i 10 e i 30 chilometri, più o meno sotto San Gregorio Matese, da quanto si legge, è facile immaginare che la bocca del vulcano sia il lago del Matese? Potrebbe eruttare lì tra migliaia di anni? «Al momento non c'è alcuna bocca vulcanica, il magma è sempre stato sotto terra. Secondo gli esperti potrebbe nascere un nuovo vulcano ma non prima di alcune migliaia di anni».

 

La sensazione, tuttavia, è netta: qui la natura è perfetta e, pure se dalle viscere della terra dovessero arrivare movimenti tellurici di grande portata, danni a cose o persone risulterebbero assai ridotti. Più giù tutto cambia e, dove è presente l'uomo, la vulnerabilità diventa evidente. Inizia la discesa sull'altro costone del gigante verde. Il primo paese che si attraversa è San Gregorio Matese: seconda tappa. Il sindaco, Carmine Mallardo, ha vissuto nel ruolo istituzionale anche il terremoto del 2013. Fu uno dei pochi che, nel caos di quei giorni, guardava con preoccupazione la strada di collegamento che conduce verso Piedimonte e che prima attraversa Castello del Matese. Faceva bene perché, poi, la Provinciale 331, in quel tratto, fu chiusa e messa in sicurezza proprio a causa della caduta di massi derivanti dalla sequenza sismica. Per i lavori si ricorse a una ditta specializzata del Nord. D'altra parte l'arteria è unico sfogo per i cittadini dei due piccoli centri. San Gregorio è un paesino che conta meno di mille abitanti. Le case aggrappate ai fianchi del gigante, un campanile che, scendendo i tornanti che attraversano il paese, sembra un trampolino di lancio verso la pianura. Da qui, nei giorni di buona visibilità, si intravede il Tirreno. I finanziamenti post sisma in tutto l'ex cratere (che conta anche Alife, San Potito, Gioia e Piedimonte) sono arrivati sia attraverso lo strumento di accelerazione della spesa dei fondi strutturali, sia in virtù delle risorse destinate agli edifici di culto. E qui il patrimonio storico-artistico rappresenta forse il punto più debole della vulnerabilità generalizzata dei centri urbani. La parte più vecchia dei borghi per fortuna è poco abitata. Come a Castello del Matese, terza fermata: 1.400 abitanti, ultimo centro aggrappato alla montagna prima di Piedimonte, dove la chiesa di Sant'Antonio, poi riaperta, fu gravemente danneggiata. Lo ricordano bene gli anziani seduti davanti al bar: nella seconda scossa, quella del gennaio 2014, si aprirono delle crepe nel terreno e, addirittura, raccontano, in una finì un cavallo e dovettero intervenire i Vigili del fuoco per salvarlo. Il terremoto possibile, immaginabile, tra questa gente fa poco breccia. Sarà perché si respira un fatalismo vecchia maniera.
Rimangono le scuole, nel circondario, quasi tutte adeguate da un punto di vista sismico. Quarta tappa: la cittadella scolastica di Gioia Sannitica. Una struttura sostenuta dall'amministrazione del sindaco Michelangelo Raccio che, in caso di emergenza, fungerà da centro operativo per tutta l'area poiché, stando alle certificazioni, è uno degli edifici più sicuri. E' a una manciata di chilometri dal capoluogo matesino, superato San Potito Sannitico, lungo la Provinciale 290.
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