1861, il divario tra i salari di Nord Sud non esiste: dopo l'Unità cambia tutto

di Marco Esposito

Il tasso di occupati? Come oggi. Le differenze nei salari regionali? Notevoli come adesso. L'Italia del 1861 ha aspetti sorprendentemente simili a quelli contemporanei; ma anche una decisa differenza: il forte divario Nord-Sud non esisteva. Anzi. Il tasso di occupazione nel 1861 vedeva ai primi tre posti Calabria, Abruzzo-Molise e Basilicata. Mentre con un salario tipo nel settore delle costruzioni si potevano acquistare in media 3,2 panieri di beni alimentari nel Mezzogiorno contro i 2,8 panieri del Centronord.

A elaborare i dati è la coppia di professori dell'università della Magna Grecia (Catanzaro) Vittorio Daniele e Paolo Malanima, in una ricerca sui livelli salariali in inglese («Regional wages and the North-South disparity in Italy after the unification») che sarà presto pubblicata, in versione sintetica e in italiano, a firma del solo Daniele.
Daniele e Malanima non sono nuovi a indagini in tale campo. Finora però il lavoro degli economisti si è concentrato sulla ricostruzione del Pil in quegli anni decisivi che hanno visto la formazione dello stato nazionale. La novità del lavoro attuale è che non siamo di fronte a una stima - per sua natura molto approssimativa quando fa riferimento a epoche così lontane - bensì al ritrovamento presso gli archivi dei ministeri di statistiche dell'epoca, sia sul livello dei salari, sia su quello dei prezzi. Siamo di fronte, quindi, a una fonte primaria e in particolare al volume pubblicato nel 1880 con il titolo prolisso ma efficace: Salari. Prezzi medi di un'ora di lavoro degli operai addetti alle opere di muratura ed ai trasporti di terra e mercedi medie giornaliere degli operai addetti alle miniere (1862-1878. I salari sono rilevati per 69 province di sedici regioni e si riferiscono a dieci figure professionali del settore delle costruzioni: capomastro, muratore di prima e di seconda classe, manovali (divisi in uomini, ragazzi e donne) e terraioli (divisi anch'essi in uomini, ragazzi e donne). Una miniera di dati preziosa e finora utilizzata molto parzialmente, con valori omogenei espressi in millesimi di lire per ora.

La differenza uomo-donna è evidente. Per i terraioli nel 1862 la retribuzione oraria era di 138 millesimi di lira per un uomo, 87 per un ragazzo e 63 per una donna. Per il capomastro, invece, non esistono retribuzioni femminili e il salario orario sale a 356 millesimi di lira. Mentre il muratore di prima classe era a quota 236 millesimi.
Le differenze regionali erano forti, ma senza la rigida ripartizione Nord-Sud cui oggi siamo abituati. Se si considera la media dei dati 1862-78 per la figura professionale chiave del muratore, i salari più elevati si registrano in Sardegna, Liguria e Sicilia mentre i più bassi nelle Marche, in Campania e in Calabria. Gli autori spiegano i salari elevati nelle isole con la minore concorrenza tra lavoratori, visto che all'epoca non esisteva alcuna forma di sindacato o di minimo contrattuale. Infatti la Sicilia e la Sardegna nel 1861 erano anche le regioni con il più basso tasso di occupazione e questo, secondo gli autori, poteva rendere più rara la figura del lavoratore con competenze nelle costruzioni e quindi più elevati i salari relativi. Al contrario in Campania la presenza più numerosa di lavoratori nel settore delle costruzioni tendeva a rendere i salari meno elevati della media.

Il tasso di occupati, nel 1861, era sorprendentemente simile a quello attuale: 59% contro il 58% del 2017. La differenza che salta agli occhi è che quel 59% nel 1861 era identico al Centronord come nel Mezzogiorno, pur con differenze marcate all'interno delle due macroaree del Paese. Oggi invece il 58% è la media tra il 65% del Centronord e il 44% del Mezzogiorno, con tutte le regioni meridionali al di sotto della peggiore del CentroNord. A distanza di 156 anni, il tasso di occupazione è sceso di 31 punti in Calabria, di 18 punti in Basilicata e di 16 punti in Campania mentre è cresciuto di 15 punti in Veneto di 11 punti in Toscana e di 10 punti in Emilia Romagna.
Tornando ai salari, la ricerca di Daniele e Malanima cerca di comprendere se le differenze emergono considerando il potere di acquisto. Il paniere è composto conteggiando i prezzi di alcuni generi alimentari di base, tali da garantire 3.000 calorie al giorno per gli uomini e 2.500 calorie per le donne. Ebbene: in media nel Mezzogiorno il potere d'acquisto tra il 1862 e il 1878 è stato di 3,2 panieri al giorno mentre al CentroNord di 2,8 panieri. Quindi la differenza nel tenore di vita c'è ed è a vantaggio del Mezzogiorno, anche se ciò è dovuto soprattutto ai salari elevati di Sicilia e Sardegna. Se si escludono le due isole, il Sud continentale si attesta a 2,9 panieri quindi in pratica allo stesso livello del Centronord.

Il divario Nord-Sud - scrivono Daniele e Malanima nelle conclusioni - non va cercato come a lungo si è fatto in differenze storiche risalenti al Medioevo se non addirittura all'antichità, bensì in eventi accaduti nei primi decenni dell'unità d'Italia e in particolare con l'avvio dell'industrializzazione dopo il 1881. La questione va molto oltre il confine degli storici o le diatribe dei pochi appassionati di statistiche economiche. Il tema parla all'oggi: il Mezzogiorno dipinto come un territorio in perenne ritardo, paradiso abitato da diavoli, giustifica la tesi di chi ritiene inutile investire nel Sud Italia. Se invece le tesi sostenute - sulla base di documenti dell'epoca - da Daniele e Malanima sono credibili, allora il ritardo del Mezzogiorno si spiega con i diversi investimenti pubblici e privati nelle due aree che hanno accompagnato l'industrializzazione alla fine dell'ottocento e che caratterizzano anche gli investimenti pubblici degli ultimi vent'anni. Il ritardo del Sud, insomma, non è un destino ma una condizione storica che ha avuto un inizio e può avere una fine.
 
Sabato 14 Aprile 2018, 17:59
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2018-04-16 08:45:03
Perchè continuate a tacere la verità? Dopo l'unità d'Italia Garibaldi si lamentò con quelli del nord affermando che se avesse capito che le cose sarebbero andate così (saccheggio del sud), non avrebbe lottato per l'unità d'Italia. Ma la storia raccontata sui libri tutta in versione comunista ci parla anche di una breccia di porta Pia che non c'è mai stata. D'altronde Garibaldi ne ha fatti di guai: dichiarò che il Papa Pio IX era un metro cubo di letame. Invece è stato dichiarato santo e sta sicuramente in paradiso, mentre Garibaldi chissà...

QUICKMAP