Cristò mette gli zombie in fila per il cibo in «Carne»

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Alessandra Farro

Con la postfazione di Paolo Zardi, “Carne” di Cristò, libraio di Bari, edito da Neo Edizioni, racconta un mondo a distanza di settant’anni da oggi, in cui anziché morire una parte della popolazione diventa zombie. Morti viventi, però, che vengono integrati nella società e, piuttosto che uccidere, si posizionano in fila in attesa di cibo. Non è ancora chiaro come sia possibile questo fenomeno, né se gli zombie siano contagiosi. Cristò accompagna il lettore educandolo alla sua scrittura, che, se al primo impatto risulta stonata con la trama, finisce per condurla in uno swing di flashback e visioni.

Perché settant’anni?
«Perché volevo che potessero esserci un bambino e un vecchio, che rappresentano due momenti della vita che si assomigliano molto. Sia da un punto di vista fisico, perché si vorrebbe poter fare delle cose che il proprio corpo ancora non riesce a fare o che non riesce più a fare, e perché anche da un punto di vista psicologico cambia molto velocemente il modo di vedere il mondo in entrambi i casi. Mi sembrava anche una quantità di tempo sufficiente a far capire che il mondo non sarebbe più potuto cambiare in tempi brevi visto che per 70 anni era rimasto immobile».

Perché questa visione degli zombie mansueti, diversi da come siamo abituati a immaginarli?
«È stata la prima immagine che ho avuto del libro, ancor prima di ipotizzare parte della trama. Volevo scrivere un racconto con gli zombie e mi sono chiesto: se ci fossero davvero nella nostra società come funzionerebbe? Mi è venuto in mente che i morti viventi sarebbero stati normalizzati, come tutte le rivoluzioni nella storia degli uomini sono state normalizzate, e per normalizzarli l’unico modo era dargli quello che volevano: la carne. Era un’immagine molto forte, scrivendo mi sono reso conto non potesse essere solo un racconto, ma qualcosa di più lungo e articolato».

Qual è il messaggio del libro?
«Non credo che i libri debbano avere un messaggio o una morale. Io tendo a raccontare delle storie, poi sono le storie a portare un significato che, però, non è preconfezionato da me. Io stesso quando scrivo non so bene cosa voglio esprimere e, mano mano che scrivo, la trama si stende da sé. “Carne” è un libro che parla della discriminazione e della diversità, ma anche delle uniche due cose che ci interessano della vita: l’amore e la morte. Anche la menomazione che ha il protagonista è una sorta di impedimento, che lo trasforma in qualcosa di diverso dagli altri uomini e dalle altre donne. Gli manca una parte che è nella vita delle altre persone e per questo cerca dei sosia che vivano al suo posto. Non ci sono verità univoche, il libro è una visione del futuro non realistica dal punto di vista partico, ma abbastanza realistica dal punto di vista sociale».

Da qui a settant’anni ci saranno dei cambiamenti nel mondo reale?
«Io sono nato negli anni ’70, la mia generazione ha vissuto due fasi: una di grande trasformazione tecnologica e poi sociale – le due cose son sempre collegate – poi c’è stato un momento in cui si è avverte una sorta di immobilità. Nella storia recente siamo l’unica generazione che non vive meglio dei propri genitori, coviamo un sentimento di decadenza. Tutto si trasforma velocemente, esteriormente, ma la qualità della nostra vita non cambia in meglio come speravamo. Oggi abbiamo tra le mani tecnologie che promettevano di trasformare in meglio la nostra vita, ma non è successo per tutto e per tutti, anzi succede sempre meno e sempre per meno persone. Non noto grandi cambiamenti, ma questo evento mondiale che stiamo vivendo, questa fase pandemica, cambierà le carte in tavola, se in peggio o in meglio e lo vedremo tra vent’anni».

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