Auricchio investe in Campania: tornano i provoloni di piccolo taglio

Martedì 16 Luglio 2019 di Nando Santonastaso
Un terzo della ricchezza alimentare del Paese si produce nelle otto regioni del Mezzogiorno il cui export vale 11 miliardi (con una crescita sul 2018 pari al 2,5%) e con la Campania al top, con il 51,7% del totale dell'area. Fioccano numeri e sorrisi nella sala convegni di Eccellenze Campane a Napoli in occasione del tredicesimo incontro con il territorio del Comitato Leonardo presieduto da Luisa Todini, 160 imprese associate nel nome dell'eccellenza produttiva e un fatturato aggregato di 360 miliardi.
 
La corazzata dell'industria agroalimentare è il focus dell'evento ma non è solo vetrina, peraltro meritata e prestigiosa, per gli operatori del settore (tra i relatori Pina Amarelli e Antimo Caputo, big del made in Sud). Ad accoglierli Paolo Scudieri, il padrone di casa, impegnato anche sul progetto del Borgo 4.0 (alta Irpinia, 80 aziende nazionali e straniere di altissima tecnologia, da Adler a St Microelectronics, per la realizzazione con fondi anche della Regione Campania di un ecosistema digitale per l'auto senza pilota ma nel nome di un nuovo umanesimo). Il meeting è anche l'occasione di annunci importanti, come la decisione del gruppo Auricchio, nato 142 anni fa a San Giuseppe Vesuviano, di tornare a investire in Campania.

È il patron Giandomenico Auricchio a parlarne per la prima volta in pubblico: nello stabilimento di Somma Vesuviana verrà concentrata la produzione di provolone di pezzatura non superiore al kg destinato soprattutto ai mercati del Mezzogiorno. Grazie anche a un finanziamento previsto dal bando regionale Psr 2014-2020, il gruppo realizzerà un importante investimento di processo e di prodotto pari a circa il 10% dell'attuale fatturato. «Torniamo a fare della Campania il cuore pulsante del nostro lavoro, una specie di ritorno all'antico», dice Auricchio. Sarà una sorta di secondo forno dell'azienda che conta sullo stabilimento di Cremona dove da tempo ha allocato la sua direzione. «Non potevamo farlo prima spiega l'industriale perché impegnatissimi a reagire alla crisi del 2007: anziché deprimerci, abbiamo investito, acquistando nove aziende tra cui una per la distribuzione del nostro prodotto negli Usa, e affiancato il provolone ad altri formaggi tipici made in Italy, dal pecorino al gorgonzola, per offrire un pacchetto sempre più prestigioso ai mercati in cui operiamo». Che sono in ben 61 Paesi, con l'export pari ormai al 55,1% del totale della produzione e un fatturato che da quel fatidico 2007 si è triplicato.

La Campania che attrae però non nasce per caso. «Siamo la regione più monitorata d'Italia nell'agroalimentare sul piano della tutela della salute e della tracciabilità dei prodotti dice Antonio Limone, direttore dell'Istituto zooprofilattico di Portici -: abbiamo dimostrato con i fatti che i problemi legati alla Terra dei fuochi sono stati superati. Oggi siamo all'avanguardia non solo in Italia per i sistemi di controllo della qualità della filiera». E non solo: perché al capitolo ricerca si scopre che la Federico II, con l'impulso del Dipartimento di Agraria diretto da Matteo Lorito, ha completato caso unico in Italia l'offerta formativa universitaria per tutta la filiera di settore, con corsi di laurea che arrivano anche all'hotelleria. «Dopo Expo 2015 spiega il governatore De Luca abbiano fatto della Campania la punta di diamante dell'agroalimentare italiano, il comparto che ha tenuto di più durante la crisi ma che ora deve reggere la concorrenza globale. Come? Migliorando la produttività, riducendo i costi di produzione e puntando alla qualità totale senza alcuna incertezza». Conforta, dice De Luca, il ritorno di tanti giovani all'agricoltura mentre per il prossimo Psr il governatore annuncia il coinvolgimento di tutte le associazioni e del mondo agroindustriale. © RIPRODUZIONE RISERVATA