Mercato dell'auto in caduta libera, la Cina va all'assalto dell'indotto italiano

Giovedì 28 Maggio 2020 di Nando Santonastaso

Gli americani, che di auto sicuramente si intendono come pochi al mondo, non hanno dubbi: il crollo della domanda di autovetture per effetto della pandemia sarà superiore a quello prodotto dall’11 settembre e dalla crisi finanziaria del 2008, quella che per chi ha scarsa memoria contribuì al fallimento di colossi come General Motors e Chrysler. E chi, almeno fino a poco tempo fa, pensava che fossero esagerate le già pessime previsioni della stragrande maggioranza degli addetti ai lavori, si è dovuto ricredere quando persino un leader mondiale del noleggio, come Hertz, è stato costretto ad alzare bandiera bianca ricorrendo al fallimento pilotato che negli Usa si chiama Chapter 11. Certo, i conti della società erano già messi male prima che il Covid 19 travolgesse tutto e tutti, ma sicuramente è stato il lockdown a far traboccare il vaso, mettendo nei guai una sigla storicamente presente in tutto il mondo da oltre 100 anni. 

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Secondo le più recenti previsioni, il mercato globale dell’auto perderà a fine 2020 più del 12 per cento, pari a circa 11 milioni di veicoli leggeri secondo quanto recentemente ha spiegato Giorgio Barbieri, partner Deloitte e responsabile italiano del settore automotive. Ma questa cifra nasconde i veri e propri tracolli annunciati, ad esempio, in Europa, dove si calcola un tonfo della domanda di oltre il 58 per cento. In Italia, in particolare, si stima in poco più di un milione le immatricolazioni fino a fine anno, praticamente la metà del 2019 che già non era stato fortunato. E per molti è già una previsione ottimistica considerato che dopo il tracollo di aprile e quello parziale ma già consistente di marzo (oltre l’85 per cento di vendite in meno), nemmeno la riapertura dei concessionari avvenuta il 4 maggio sembra essere riuscita a riportare fiducia tra i consumatori. 
Ma anche in Francia i conti sono in profondo rosso al punto che il presidente Macron ha dovuto annunciare un piano finanziario di sostegno pubblico da 10 miliardi di euro per evitare il fallimento di un marchio storico come Renault. E per tornare Oltreoceano ha gettato altra benzina sull’incendio divampato ormai da tre mesi la notizia che la sempre più conosciuta piattaforma di interazione a distanza Zoom abbia superato in valore alla borsa di NewYork la General motors.

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Le conseguenze di questo scenario sono più che preoccupanti, e non solo per le ricadute sull’occupazione che già da sole basterebbero a far tremare le vene ai polsi di milioni di lavoratori. La frenata ha rimesso in discussione, ad esempio, la stragrande maggioranza dei progetti finalizzati allo sviluppo di auto ibride o elettriche, ritenuti prima della pandemia lo sbocco quasi inevitabile per riconquistare la fiducia dei mercati zavorrati dalla stasi globale delle vendite. Non a caso il crollo delle immatricolazioni di auto nuove, con la sola eccezione del mercato tedesco in cui la tendenza delle famiglie non è più così negativa come qualche mese fa, sta proponendo una serie di opzioni che puntano al rilancio dell’auto usata pur di immettere linfa e vivacità al settore. 

È di pochi giorni fa, ad esempio, una proposta elaborata dalla Fondazione Luigi Caracciolo che punta a garantire ai possessori di auto usate ma dotate di motori altamente inquinanti (da euro 0 a euro 2) la possibilità di acquistare auto sempre usate ma con propulsori più moderni. «Cosi i proprietari di queste ultime auto potrebbero essere a loro volta sollecitati ad acquistare vetture nuove è sempre meno inquinanti», sintetizza efficacemente il professor Roberto Zucchetti della Bocconi di Milano considerato uno dei massimi esperti di economia dei trasporti. 
Per l’Italia potrebbe essere un primo, serio tentativo di utilizzare gli incentivi alle rottamazioni che in questa fase non sembrano solleticare l’attenzione dei consumatori, giustamente preoccupati di ben altre priorità. Va ricordato, infatti, come ha fatto di recente Nomisma che nel nostro Paese già oltre due anni si registrava l’erosione delle immatricolazioni (2,5 milioni il picco raggiunto nell’ormai lontano e forse irripetibile 2007). Nelle circa 1,9 milioni di vendite del 2019, peraltro, era risultata più che decisiva la crescita del settore del noleggio (+6 per cento), in particolare a lungo termine, che era riuscita a compensare l’andamento dei segmenti business e privati. 
 


Oggi basta dare un’occhiata alla componentistica, storico punto di riferimento dell’automotive italiana, per rendersi conto di che aria tira. Per fortuna le aziende del settore si erano già smarcate dalla storica dipendenza dalla Fiat da qualche anno: non a caso la ripresa del mercato tedesco dell’auto è direttamente dipendente dalle forniture delle aziende italiane, considerate sempre più affidabili e tecnologicamente molto competitive. Ma oggi il pericolo che si affaccia è che anche questo valore “Made in Italy” possa essere messo in discussione dall’offerta cinese, uscita prima dalla pandemia, e dunque pronta a determinare nuove gerarchie nel settore, dirottando cioè in Oriente commesse e rapporti finora gestiti in Europa. Sarebbe la beffa oltre al danno forse ancora non del tutto irreparabile creato dal virus. 

 

Ultimo aggiornamento: 14:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA