Fusione tra Banche Popolari del centrosud: Palazzo Vallelonga ora studia da «grande»

Sabato 20 Luglio 2019 di Nando Santonastaso
No comment. Che vuol dire tutto e niente ma è per ora la posizione della Banca di Credito popolare di Torre del Greco di fronte alle sempre più insistenti indiscrezioni su una possibile fusione con almeno altri due istituti Popolari. Si parla di contatti tra Palazzo Vallelonga, la Popolare di Puglia e Basilicata e la Popolare del Lazio, simili sul piano dimensionale. «Al momento ipotesi di fusione non sono all'ordine del giorno», puntualizza il direttore generale Felice Delle Femine impegnato sin dal suo arrivo a Torre del Greco, due anni fa, in un piano industriale di rilancio che sta dando i suoi frutti e sul quale c'è il pieno sostegno del cda presieduto da Mauro Ascione.
 
La svolta che ha accompagnato l'arrivo di Delle Femine, manager bancario tra i più quotati, si era resa necessaria per riposizionare l'istituto in una dimensione più consona alle sue tradizioni e alle attese degli azionisti, con un «taglio» più moderno nella sua organizzazione e una prospettiva di sviluppo sempre vicina al territorio di riferimento, dalle famiglie alle imprese, ma al tempo stesso attenta alle nuove forme di dialogo tra credito e clientela. Un processo ancora in pieno svolgimento ma che ha già permesso di riportare la Bcp all'utile e all'imminente ritorno anche alla distribuzione delle cedole per i soci.

Perché allora le voci di una possibile fusione? Per una serie di motivi che prescindono dall'attuale consistenza della Bcp sul mercato del credito. In testa a tutto c'è la spinta sempre più forte all'unione tra le Popolari che arriva da più parti, compresa la Banca d'Italia. L'obiettivo, si spiega, è di dare vita a un progetto di sistema capace di garantire un futuro a lungo termine al credito cooperativo italiano, che si configurerebbe come la prima vera evoluzione delle Banche Popolari dalla loro fondazione. Il modello di riferimento sarebbe quello della francese Crédit Agricole, una maxi-aggregazione alla quale concorrerebbero almeno 17 Popolari made in Italy. In un report curato da Kpmg si ribadisce, tra l'altro, che l'ordine di grandezza di questa fusione non dovrebbe superare i 30 miliardi di euro per non finire sotto la lente d'ingrandimento della Bce. In realtà le voci che indicano come possibile il matrimonio tra Bcp, Popolare di Puglia e Basilicata e Popolare del Lazio sembrano già un passo in avanti rispetto a questo scenario. Nel senso che dalla super fusione si sarebbe di fatto già ripiegato su accordi più limitati sul piano territoriale. E questo, probabilmente, perché il vero obiettivo dell'operazione riguarda la Popolare di Bari, la più grande del Centrosud, che in queste ore sta per decidere il suo futuro. L'assemblea dei soci è convocata per domani, domenica, con all'ordine del giorno l'approvazione di un bilancio in forte perdita. È vero che il governo ha previsto un'apposita norma per salvare l'istituto pugliese ma è altrettanto vero che solo se da Bari arriverà l'ok ad un processo di fusione con altri istituti «di categoria» potrà forse prendere le mosse il risiko.

Per ora Torre del Greco sta alla finestra, consapevole dei vantaggi di far parte di una holding cooperativa che controlli un'unica spa con le principali Popolari, soprattutto del Centrosud. Ma nello stesso tempo la Bcp valuta anche i rischi che una scelta del genere potrebbe implicare. Di sicuro il tempo del «dentro o fuori» è dietro l'angolo: con un emendamento al decreto Crescita, infatti, il governo ha previsto per le banche del Centrosud la possibilità di trasformare le cosiddette Dta (attività fiscali differite) in crediti di imposta a patto che gli istituti procedano ad aggregazioni entro la fine del 2020. L'opportunità è allettante considerate le ridotte dimensioni del settore bancario in questa parte del Paese. L'unione, insomma potrebbe fare la forza e la ricchezza, che in fatto di banche non sembra proprio l'ultimo degli obiettivi. © RIPRODUZIONE RISERVATA