Le cinque priorità per rilanciare il sistema welfare: spesa record nel 2021

Le cinque priorità per rilanciare il sistema welfare: spesa record nel 2021
di Jacopo Orsini
Mercoledì 1 Dicembre 2021, 12:10 - Ultimo agg. 6 Dicembre, 17:15
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La pandemia ha sconvolto il mondo, scardinato abitudini consolidate e aumentato la spesa per il welfare.

Oltre a esacerbare le differenze nella capacità dei sistemi regionali di far fronte alle crisi sanitaria. Secondo le stime del Think Tank “Welfare, Italia”, supportato dal gruppo Unipol con la collaborazione di Ambrosetti, la crisi Covid ha provocato un incremento generalizzato di tutta la spesa in servizi alle famiglie nel 2020. A far salire l’impegno pubblico sono state le misure adottate dal governo per fronteggiare l’epidemia e consentire a famiglie e imprese di resistere. In particolare il ricorso alla cassa integrazione, la sospensione delle scadenze fiscali e contributive e i ristori per le attività economiche colpite dalle restrizioni per contenere i contagi. In Italia, il welfare è la principale voce di spesa pubblica. Quest’anno raggiungerà circa 632 miliardi, con una crescita di 6 miliardi rispetto al 2020, anno in cui l’incremento era stato di altri 50 miliardi rispetto all’anno prima. La crisi non ha alterato significativamente la suddivisione degli esborsi, confermando lo sbilanciamento della componente previdenziale (49%) che tuttavia evidenzia una diminuzione di 2,3 punti percentuali rispetto al 2019. L’impatto della pandemia comunque non è stato lo stesso nelle diverse aree della Penisola. I risultati del Welfare Italia Index 2021 - indicatore che in sostanza valuta i risultati che produce la spesa in servizi sociali - mettono in luce, rispetto all’anno precedente, una crescente polarizzazione nella capacità di risposta delle regioni italiane. Il divario tra la prima e l’ultima in classifica è infatti passato da 28,2 a 32,7 punti. In testa alla classifica troviamo Trento, Bolzano e l’Emilia Romagna, mentre le ultime otto posizioni sono tutte di regioni del Meridione (dall’ultimo posto Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Molise, Puglia, Abruzzo, Sardegna).

L’OPPORTUNITÀ

In questo quadro le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza delineano un’opportunità irripetibile per il rilancio dell’Italia e anche per il sistema del welfare. Il think tank di Unipol stima che il Pnrr destinerà al comparto dei servizi sociali non meno di 41,5 miliardi, pari al 22% del budget complessivo. Cinque sono in particolare le priorità su cui intervenire secondo il pensatoio. Si parte con la digitalizzazione dei servizi di welfare: la proposta è creare un punto di accesso unico digitale per sanità, previdenza, formazione e politiche sociali. Segue il problema dell’evoluzione demografica del Paese, tenendo conto che l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil raggiungerà il 17,3% nel 2040, un punto in più rispetto al 16,3% del 2018. Le idee suggerite sono: promuovere il risparmio previdenziale fra i giovani e valorizzare la telemedicina. Le altre tre direttrici riguardano il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Per risolvere quello che viene chiamato il mismatch delle competenze, cioè un’elevata incidenza di lavoratori sovra-qualificati o sotto-qualificati rispetto alla loro effettiva mansione, si dovrebbe puntare sul potenziamento della formazione, oltre a migliorare il funzionamento dei Centri per l’impiego. Si chiede poi di ottimizzare la destinazione delle risorse del Reddito di cittadinanza (la crisi Covid ha fatto salire a oltre 2 milioni il numero di famiglie in povertà assoluta, con un’incidenza pari al 7,7%, per un totale di oltre 5,6 milioni di individui). Inoltre sarebbe necessaria una revisione del sistema degli ammortizzatori sociali attraverso l’attuazione di un meccanismo che vincoli i sussidi a percorsi di formazione e aggiornamento professionale. Infine si dovrebbe puntare a migliorare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Si stima infatti che l’eliminazione del gender pay gap e il pareggio del tasso di occupazione femminile con quello maschile potrebbero generare un valore economico pari a 110 miliardi per l’Italia, pari al 6,7% del Pil.

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