Reddito per tutti l'utopia che ritorna

di Francesco Pacifico

«La Campania ha ricordato Antonio Bassolino - è stata la prima Regione a darsi una legge sul reddito di cittadinanza». Per la precisione, sia da sindaco di Napoli (nel 2000) sia da governatore (dal 2004), le sue giunte portarono avanti due progetti, due sperimentazioni per contrastare l'indigenza (il reddito minimo d'inserimento e, per l'appunto, il reddito di cittadinanza regionale, ndr) che possono definirsi progenitori dell'assegno da 780 euro, con il quale Luigi Di Maio vuole sconfiggere povertà e disoccupazione. E le luci e le ombre di allora potrebbero riproporsi nella misura che dovrebbe essere varata con la manovra: da un lato, la capacità di portare il welfare verso categorie che le istituzioni non riescono a raggiungere; dall'altro, però, ci fu da fare i conti con platee di beneficiari troppo ampie rispetto ai fondi a disposizione; con le difficoltà a controllare chi aveva veramente diritto al sussidio; con l'incapacità delle amministrazioni coinvolte a dialogare tra loro nella gestione dei programmi anti povertà, soprattutto quando c'era da erogare servizi di formazione, obbligatori soltanto sulla carta.

LA PREISTORIA
Il reddito minimo d'Inserimento, lanciato a livello governativo nel 2008 (esecutivo Prodi) come sperimentazione in 39 città, partì a Napoli nel 2000. Giovanni Laino, professore di politiche urbane alla Federico II e colui che delineò il suo schema, ricorda «che il ministero del Lavoro voleva che lo realizzassimo soltanto a Scampia, ma l'amministrazione si oppose». Rispetto agli altri progetti pilota quello partenopeo si differenziò per una serie di condizioni: in teoria veniva concesso a tutti i cittadini sotto la soglia di povertà (in pratica, per la mancanza di fondi, non andò a più di 6mila famiglie su 20mila richiedenti), ma per attivarlo bisognava iscrivere i figli a scuola, vaccinarli o seguire percorsi di ricollocamento lavorativo. Quest'obbligo però, di fatto, non è mai stato reale, visto che i collocamenti di allora non erano in grado di offrire corsi di formazione. «Per evitare che tutti i soldi finissero solo alle famiglie numerose ricorda Laino decidemmo di destinare delle quote a giovani, migranti e donne sole. Il Comune faceva controlli a campione, ma a essere decisivo fu il coinvolgimento delle associazioni nei vari quartieri».

Nel 2004 Bassolino, da governatore, lanciò invece il primo reddito di cittadinanza regionale: un assegno da 350 euro al mese erogato dai Comuni e destinato a chiunque avesse un Irpef sotto i 5mila euro all'anno. La misura entrò a regime nel 2007, anche perché all'assessorato alla Formazione c'era il rifondarlo Corrado Gabriele. «Lo inventò l'assessore Adriana Buffardi racconta una funzionaria dell'epoca ma l'allora partito di Bertinotti lo usò non poco in chiave propagandista». Complice gli scarsi finanziamenti 77 milioni nel primo anno, 50 nell'ultimo il provvedimento finì per aiutare oltre 18mila famiglie su 140mila richiedenti. Qualcuno degli esclusi fece anche causa. Come il Rmi, scontò il limite dei controlli a un certo punto la Regione dovette chiedere al Pra i dati sui possessori di auto e alle utilities quelle delle utenze per calcolare i veri livelli di ricchezza e l'impossibilità di garantire offerte di formazione, visto che i centri per l'impiego non erano in grado di organizzare i corsi. La sociologa Enrica Morlicchio ha calcolato che «le frodi non superarono il 10 per cento. Emblematico il caso di un anziano, che rischiò di essere cacciato dal dormitorio dove viveva, perché suo malgrado intestatario di 20 automobili. Per lo più quel sussidio aiutò famiglie di precari o monoreddito per un'alimentazione più sana, per ritinteggiare le macchie di muffa delle loro case o per comprare le medicine».

L'ESPERIMENTO
La sociologa Enrica Amaturo, che su quelle esperienze ha scritto uno studio con Dora Gambardella e la Morlicchio, sostiene che, «anche visti i tempi, il bilancio fu positivo. Anche se si scontarono una serie di caveat». L'economista Floro Ernesto Caroleo, invece, si chiede come può «una misura come il reddito di cittadinanza regionale, che ha coperto soltanto una platea di 18mila persone, davvero sconfiggere la povertà». Giudizi diversi nel mondo politico: se Bassolino chiede all'attuale maggioranza di tenere in considerazione quell'esperienza, dai Cinquestelle il consigliere a Palazzo Santa Lucia, Gennaro Saiello bolla il tutto come «finto assistenzialismo». Mentre Ermanno Russo, assessore della giunta Caldoro che abrogò il provvedimento, ha denunciato che ancora oggi «i cittadini campani si ritrovano a pagare l'ennesimo debito fuori bilancio, per una cifra di un milione di euro».
Domenica 16 Dicembre 2018, 15:32
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