Farmaci letali ai pazienti Covid, chi è Carlo Mosca: il medico finito nel tunnel che spaventava anche i colleghi

Martedì 26 Gennaio 2021 di Claudia Guasco
Farmaci letali ai pazienti Covid, chi è Carlo Mosca: il medico finito nel tunnel che spaventava anche i colleghi

dal nostro inviato

BRESCIA Chi era davvero il dottor Carlo Mosca? Dipende dal periodo. Un medico competente e una persona premurosa, si legge nella sezione Opinione dei pazienti dell'ospedale di Montichiari di qualche anno fa. C'è la degente che, ingessata per una frattura, esprime la sua gratitudine: «Un sentito ringraziamento al dott. Carlo Mosca per l'assistenza, la sua gentilezza umana e il suo tatto che mi hanno rincuorata». La vita professionale del dottore procedeva bene. Originario di Cremona, Mosca era approdato agli Spedali di Brescia prima come studente e poi come medico, lavorando da subito in pronto soccorso. Dopo un passaggio a Mantova, nel 2017 è entrato all'ospedale di Montichiari e assunto nel 2018. Ma è arrivato il Covid ed è cambiato tutto.

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LA TRASFORMAZIONE
Mosca e i colleghi si sono trovati ad affrontare un'ondata inimmaginabile. La struttura, scrive il gip nell'ordinanza, «era sotto l'assedio della pandemia, tutto scarseggiava, dalle maschere e i caschi per l'ossigeno, ai macchinari più sofisticati per mantenere in vita i pazienti». Il primario e la sua equipe diventano gli angeli della prima ondata, gestiscono quasi 600 pazienti Covid. E lui, in un'intervista al Corriere della sera, raccontava che ogni giorno era una battaglia «per cercare di salvare più vite possibili». Così, tra turni saltati e videochiamate alla figlia di sette anni che gli chiede «papà, quando torni a casa?», si giunge a marzo. Il dottore perde la testa, il primo a rivelare l'abisso è un infermiere che lo denuncia e fa partire l'inchiesta. Riferisce di una telefonata di Mosca che gli ordina di somministrare a un paziente in serie difficoltà respiratorie due fiale di succinilcolina, ma lui si rifiuta e altrettanto fa il medico di turno la notte tra il 18 e il 19 marzo: senza intubazione, il malato sarebbe morto soffocato. A questi episodi ne seguono altri, fino ai quattro letali su cui indaga la procura che ha disposto la riesumazione delle salme: uno il 20 marzo, un altro il giorno successivo, due decessi il 22 marzo. Per il giudice, «Mosca non poteva non sapere, in forza della sua specializzazione e delle sue competenze, che né il propofol né, a maggior ragione, la succinilcolina erano contemplati dai protocolli di sedazione in materia di terapia del dolore». A questo punto la trasformazione del medico è completa: il compassionevole dottor Mosca entra in aperto conflitto con gli infermieri che si rifiutano di somministrare i farmaci, litigano con lui, «sono in disaccordo con i suoi disinvolti metodi» e lui fa da sé. La mattina del 23 marzo, giorno successivo alla morte di Paletti, un infermiere scatta la foto di due fiale vuote di porpofol e succinilcolina nel cestino dei rifiuti speciali e quella notte nessun paziente è stato intubato: «Deve dedursene che si trattasse proprio dei resti dei preparati iniettati a Paletti, deceduto poche ore prima», rileva il giudice. La situazione in reparto è fuori controllo. Riferisce un altro operatore sanitario: «Ho avuto una discussione con il dottor Mosca perché mi ha fatto capire che voleva accompagnare un malato al decesso». Ormai in ospedale è Mosca contro tutti. Quando scattano le convocazioni degli infermieri da parte dei carabinieri il primario si attiva per scoprire dove puntano le indagini, «avvicina membri del personale per concordare una versione di comodo della vicenda, istigandoli a dichiarare il falso». Una delle motivazioni delle esigenze cautelari è l'inquinamento probatorio, «vi è il concreto pericolo che induca gli infermieri e gli operatori sanitari a lui subordinati a ritrattare o a nascondere ulteriori particolari rilevanti ai fini dell'indagine».


PREDA DELLO STRESS
E poi c'è concreto il rischio di reiterazione del reato. I primi mesi di pandemia hanno spezzato i nervi di Mosca. «A casa avevo una bambina di sette anni che il distacco l'ha sofferto. Nelle telefonate ha raccontato stanchezza e ansia emergevano, all'inizio c'erano anche degli sfoghi». Il pensiero era sempre «all'ospedale, ai pazienti, al da farsi», tanto che al ritorno a casa a emergenza passata aveva spiegato che gli ronzava ancora nella testa il fischio dell'ossigeno delle tubazioni dei pazienti in terapia intensiva: «Lo sento ancora anche adesso che è tutto spento». Con la seconda ondata in atto, l'equilibrio precario di Mosca era sul punto di spezzarsi di nuovo. Dalle ultime intercettazioni emerge infatti il ritratto del primario «come quello di un soggetto in preda a un forte stress, originato anche dal dover fronteggiare nuovamente il crescente afflusso di casi di Covid».

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