Violenza, l'operatrice del telefono anti-abusi “1522”: «Quei silenzi delle donne per paura di perdere i figli»

Lunedì 23 Novembre 2020 di Maria Lombardi
Violenza, l'operatrice del telefono anti-abusi “1522”: «Quei silenzi delle donne per paura di perdere i figli»

Lo sguardo. «Mi hanno sempre colpita i loro occhi. Smarriti. Poi cominciano a parlare e le vedi cambiare, pian piano si allentano le tensioni e sparisce quell'espressione carica di paura». La voce, rabbiosa o incerta. «Spesso non capiscono cosa stanno vivendo, non sanno dargli un nome. Sono confuse, si sentono in colpa. Lui mi dice parolacce, mi insulta davanti ai figli, non fa che ripetermi non vali niente, mi controlla il telefonino, mi impedisce di uscire pure per fare la spesa, quando torno a casa mi rimprovera per come sono vestita, non mi dà soldi. Ma questa è violenza?». Micaela Cacciapuoti quegli sguardi persi li ha incrociati per anni al pronto soccorso del policlinico Umberto I di Roma, come operatrice del Codice Rosa. E quelle voci agitate le ascolta ogni giorno al numero antiviolenza 1522, e le calma. Voci senza nome che raccontano cosa accade in casa, «nessuno vede quello che lui mi fa, mi crederanno?», o che confessano le paure diventano silenzi, «mi minaccia: se parli ti tolgo i figli».

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L'AUMENTO
Sempre più voci. Le chiamate al servizio del Dipartimento delle Pari opportunità «sono molto aumentate durante il primo lockdown e anche in questo periodo di restrizioni», spiega Micaela, operatrice del numero verde nazionale (gratuito e attivo 24 ore su 24) gestito da Differenza Donna Ong. Nei mesi del blocco totale le telefonate sono state il 73% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha calcolato l'Istat. «Le convivenze forzate moltiplicano le tensioni e scatenano la violenza. Il fenomeno è più sommerso di quanto si immaginava».

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L'ascolto. Le vittime cercano un'altra voce che accolga la loro e rassicuri. «La prima paura delle donne è quella di non essere credute», Micaela è psicologa e da 14 anni è impegnata con Differenza Donna a combattere violenze, stalking e discriminazioni. «Quando capiscono che c'è qualcuno dall'altra parte che le ascolta e crede alle loro parole cambiano espressione e tono. Noi cerchiamo di far comprendere alle vittime che non devono vergognarsi, che non sono responsabili della violenza che subiscono. E invece la prima reazione è quella di sentirsi in colpa. Cosa ho fatto per scatenare la sua gelosia? Cosa sbaglio se mi maltratta e mi umilia? Si chiedono questo».
L'altra grandissima paura è per i figli. «Lui mi minaccia, raccontano in tante, mi dice che se denuncio fa venire le assistenti sociali e mi fa togliere i bambini. Compare in tantissimi racconti il fantasma delle assistenti sociali. E ricorre la minaccia: ti faccio passare per pazza».

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L'ascolto, la rassicurazione (oltre alla garanzia dell'anonimato) è il primo passo. «Le donne quando decidono di intraprendere un percorso di fuoriuscita dalla violenza sono accompagnate in ogni momento. Nessuno può forzarle a denunciare, è una loro libera scelta da fare quando se la sentono. Spingerle se non sono assolutamente convinte può essere addirittura pericoloso. Noi offriamo loro ogni tipo di assistenza in questo percorso: psicologica, legale e materiale. Dove andrò a vivere? Chi mi aiuterà? Chi mi proteggerà? Chi paga l'avvocato? Sono queste le domande che le tormentano».


Non ci sono solo schiaffi e pugni, ma c'è un'altra violenza velata, subdola e altrettanto terribile, quella psicologica. Più difficile da capire. «Le portiamo a comprendere che è violenza se lui le svilisce, se le umilia davanti ai figli, se le svaluta, se impedisce di lavorare perché così restano dipendenti. È violenza se non dà i soldi, se ricatta e minaccia. Invece tante faticano a capire cosa stanno vivendo, sono confuse. Come dimostro che lui è violento?, si chiedono. Tendono a giustificare». Anche perché spesso questi uomini alternano la violenza alle richieste di perdono, ai regali, alle promesse che si faranno curare e non accadrà più.

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LA SPIRALE
«Le donne credono alle false riappacificazioni e finiscono in una spirale che porta soltanto a un'escalation di violenza. Ma lui con i bambini è buono, con loro non alza mai le mani, raccontano in tante. Cerchiamo di far capire che questa è violenza assistita e che i bambini assorbono tutto questo e ne restano traumatizzati». E poi ci sono le straniere che non sanno nemmeno che diritti hanno e cosa possono fare per difendersi da uomini che le maltrattano. «Nessuna deve mai provare vergogna per quello che subisce. La responsabilità di contrastare le violenze è collettiva».

 


 

Ultimo aggiornamento: 07:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA