Liliana Segre: «Gli hater sono malati e vanno curati. Ho pena per loro».

Lunedì 28 Ottobre 2019
Liliana Segre

«Gli hater andrebbero curati». Liliana Segre, senatrice a vita, sopravvissuta agli orrori del lager nazista di Auschwitz, bersagliata da una media di 200 messaggi razzisti al giorno sulla rete, per loro dice di «avere pena, non li odio». Le ricordano quei ragazzi della Hitlerjugend che «insultavano noi, 700 donne denutrite, senza capelli mentre percorrevamo la strada che dal campo portava alla fabbrica di munizioni Union, nel fango o nella neve». «Ci offendevano con parolacce irripetibili - ha raccontato all'Università Iulm di Milano, intervistata da Enrico Fedocci nel corso del convegno Il linguaggio dell'odio promosso dall'Ordine del giornalisti della Lombardia - e ci sputavano addosso».

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Per quei giovani, coetanei, lei era una ragazzina di 13 anni, «con le loro divise e fascia con croce uncinata» la senatrice a vita provava «odio, un odio immenso», un sentimento con sé fino a quando divenne nonna. «Loro, figli e nipoti di nazisti, educati all'odio, quel sentimento se lo sono portati dentro tutta la vita. Ho pensato: sono stata più fortunata di loro, e non li ho odiati più». Un pò come gli haters che le augurano la morte tutti i giorni. «Ogni minuto va goduto e sofferto bisogna studiare, vedere le cose belle che abbiamo intorno, combattere quelle brutte, ma perdere tempo a scrivere a un 90enne per augurarle la morte... Tanto c'è già la natura che ci pensa».
La senatrice a vita si aspetta molto dalla Commissione anti odio di cui si discuterà in Senato. «Spero aderiscano in molti, sarebbe una brutta figura non aderire a una Commissione contro l'odio».

Nel frattempo si è saputo che sui messaggi di odio rivolti alla senatrice a vita la Procura di Milano ha aperto un'indagine per molestie e minacce per gli insulti. Il fascicolo è a modello 44, contro ignoti, ed è coordinato dal capo del pool antiterrorismo, Alberto Nobili, ed è aperto dal 2018. Dal presidente dell'Ordine dei giornalisti lombardi, Alessandro Galimberti due proposte: che i responsabili dei social, che hanno sede all'estero debbano fornire i dati degli utenti all'Autorità giudiziaria italiana di fronte a rogatorie (cosa che oggi non accade perché questo tipo di diffamazione non è previsto come reato in molti Paesi esteri) e che gli stessi rispondano di quanto diffondano esattamente come gli editori di giornali.

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