Angela Merkel lascia dopo 16 anni, passione per l'Italia ma poca spinta all'Europa

Domenica 26 Settembre 2021 di Mario Ajello
Angela Merkel lascia dopo 16 anni, passione per l'Italia ma poca spinta all'Europa

L'Italia si sentirà più sola dopo 16 anni vissuti con la Merkel come cancelliera nel Paese più potente d'Europa? Una certa apprensione è normale, quando si verificano cambiamenti così importanti. Vista dall'Italia, la cancelliera è stata una leader più trionfale per la Germania e meno per l'Europa. Più brava in casa - da vera Mutti, mammina dei tedeschi - che fuori, più attenta agli interessi della Germania che a quelli del resto del continente e del suo versante mediterraneo. Valga per tutti il caso della crisi greca (la cancelliera stava molto considerando l'idea del suo ministro delle finanze, Schauble, di mettere Atene temporaneamente fuori dall'eurozona). Ma c'è stata anche una certa mentalità tedesca, rispetto alla quale perfino una politica a suo modo raffinata come la Merkel non è del tutto estranea. Ed è quella che faceva dire a Bismark, convinto che i non tedeschi fossero tutti degli scrocconi o degli scialacquatori: «Questi italiani hanno un magnifico appetito ma pessimi denti».

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IL RUOLO DA STATISTA
Ecco, non è facile fare un santino della cancelliera - che comunque resterà come un personaggio storico di rilievo - considerando il suo ruolo da statista europea. Ha saputo gestire la Germania con competenza e serietà e ha saputo risolvere i problemi (perfino quelli che parevano insormontabili come l'arrivo da lei concesso e molto contestato di 1 milione di profughi siriani nel 2015) ma ci si poteva attendere di più o molto di più dalla sua politica riguardo all'unione europea. Che è stata riluttante. Proprio Kohl, suo maestro poi tradito, ha spesso accusato Frau Angela di scarsa visione strategica verso l'Europa. Ma soprattutto, e qui il discorso riguarda assai l'Italia: prima della crisi del Covid, ha dominato in Merkel una concezione asfittica della politica economica e finanziaria - rigidità, austerità, rigore da patto di Stabilità militarizzato nonostante le sofferenze di popoli come quello greco - mentre negli ultimi anni sotto il macigno asfissiante della pandemia la stessa Merkel ha dovuto aderire a un concetto più solidale della Ue, a un respiro più ampio e più libero dalle posizioni fuori tempo dei falchi del Nord. Di due Merkel si potrebbe parlare. Ma la Ur-angela - per parafrasare l'Ur-faust di Goethe - è quella che sopra ogni altra cosa ha pensato e ha agito in nome della supremazia incontrastata della Germania nel contesto continentale. Rischiando di essere, più che ingenerosa, miope. Anche ad occhi non appartenenti alla Ue: «Abbiamo avuto - ha detto il presidente turco Erdogan - un processo positivo con Merkel ma la gestione di maggior successo fra i cancellieri tedeschi è stata quella di Schroeder». Una stroncatura. Non riscontrabile nella politica italiana che, verso di lei, ha sempre avuto un timore reverenziale.

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Da quando è andata alla guida della Germania, Merkel ha visto passare ben otto premier in rappresentanza di dieci governi, tanti quanti i cancellieri tedeschi in settantadue anni: Prodi, due volte Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, due volte Conte e Draghi. L'italiano, quest'ultimo, che Merkel ha avuto il coraggio, a dispetto di corpose resistenze tedesche, di favorire alla presidenza della Bce. E lo stesso che ha molto contribuito, e non solo per la forza del loro rapporto personale («Non andiamo a mangiare la pizza insieme ma ci telefoniamo quando dobbiamo dirci qualcosa», parola di Draghi), a spingere la Merkel a un approccio più europeo e meno germanista che è quello che poi ha portato alla creazione del Recovery Fund.

 


IL RISPETTO
La cancelliera ha rispettato l'Italia - ma fa ancora indignare la risatina in tandem con Sarkozy contro Berlusconi al Consiglio europeo nel 2011 - «una linea d'ombra, tra lei e il nostro Paese, che la cancelliera non ha mai voluto varcare». Nonostante l'incanto vissuto nelle sue vacanze nella solita pensioncina di Ischia. Ha avuto un buon rapporto personale con Prodi che - non più da premier - l'ha vista cambiare in meglio di fronte alla pandemia. Rapporto complesso con Berlusconi. Non ci sono state solo le risatine e prima il cucù del Cavaliere e poi il fantomatico e inesistente «complotto» merkeliano per defenestrare Silvio da Palazzo Chigi (fu lo spread e non Angela), ma una interlocuzione necessaria e non contundente. «Berlusconi solo alla fine del suo mandato è diventato disastroso». E poi Monti, l'amore deluso con Renzi e le lodi a Gentiloni, il Conte bifronte (gialloverde e rossogiallo) con cui una volta è sbottata: «Ora basta, Giuseppe, non puoi accusare tutti di essere poco europei ogni volta che non ottieni quello che vuoi». Ora noi vogliamo dall'Europa una politica che non rispolveri l'anti-storico patto di stabilità sospeso nell'emergenza Covid. E la Germania post-Merkel potrà dimostrare, ma chissà, di essere davvero aderente ai tempi che corrono.

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Ultimo aggiornamento: 27 Settembre, 10:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA