Coronavirus a Napoli, il primario guarito: «Questo virus è subdolo ma il farmaco anti-artrite mi ha spento l'incendio»

Venerdì 3 Aprile 2020 di Ettore Mautone

Antonio Corcione, primario di Anestesia del Monaldi, responsabile del Centro regionale trapianti, in prima linea per fronteggiare Covid-19. Ieri è stato dimesso dal Cotugno dopo giorni di degenza in terapia sub intensiva e due tamponi negativi. Anche per lui la svolta clinica sembra essere arrivata con l'assunzione del Tociluzumab, il farmaco immunosoppressore sperimentato dai ricercatori del Pascale e del Cotugno.
 


Quando si è ammalato?
«Martedì 17 marzo. Un malessere e poi la febbre. Di notte la temperatura era alta, presi una tachipirina. Il giorno dopo feci il tampone e tornai a casa in isolamento. Mia moglie mi portava il cibo, l'acqua e ciò che mi occorreva davanti alla porta della stanza sempre chiusa».

Quando ha avuto la conferma di essere affetto dal Coronavirus?
«La sera stessa. La febbre intanto oscillava con punte di 38,5. Continuavo a prendere il paracetamolo ogni 8 ore, ma la febbre tornava».

Faceva già terapia a casa?
«Prendevo antivirali e dopo quattro giorni la clorochina. Mi aiutavo con i suffumigi di vapori di acqua bollente. Respiravo bene, tutto sommato non stavo così male».

Perché si è ricoverato?
«È stata la mia fortuna: accusavo un piccolo bruciore al torace. Avevo fatto uno sforzo e lo attribuivo a uno stiramento. Ero nell'unità di sub intensiva del nuovo padiglione G, era il 25 marzo».

Come è evoluta la situazione clinica?
«Ho praticato una Tac e un esame completo del sangue. Avevo piccoli addensamenti nel punto in cui avvertivo il dolore. Ma nel complesso nulla di preoccupante. Il quadro ematologico mostrava una infiammazione che non avvertivo se non per quel bruciore. Anche la saturazione di ossigeno era buona».

Quindi il decorso è stato tranquillo.
«Non proprio: a distanza di qualche giorno i livelli dell'infiammazione sono saliti alle stelle. Il lunedì precedente erano quasi nella norma. Il giorno dopo erano quintuplicati. Con quei valori, da medico, so che può insorgere una trombosi. Per cui mi hanno somministrato alte dosi di anticoagulanti».

E come ha superato questa fase critica?
«Con il Tocilizumab. Ero scettico, sono un soggetto allergico e infatti ho avuto una reazione. Ho suonato il campanello e detto agli infermieri di non spaventarsi. Ho iniziato a gonfiarmi, tremavo come una foglia. Col cortisone in mezz'ora passa. Così è stato. Ma poi la febbre è scesa e non è più tornata. I parametri del sangue sono rientrati nella norma: quel farmaco è come se avesse spento un incendio».

Cosa va temuto del virus?
«La capacità di far precipitare la situazione in breve tempo e in condizioni apparentemente buone ma sul piano clinico molto alterate. Hai un po' di febbre e dopo poche ore ti ritrovi intubato. I valori trombotici sono quelli da controllare. Dalla Cina non ci hanno detto tutto di questo virus».

Come si sta dalla parte del paziente?
«Bisogna affidarsi, evitare di controllare tutto. Non ho mai discusso sulle terapie. Da medico la tentazione è forte. Tutto il team di Giuseppe Fiorentino è stato stratosferico. Quanto durerà? Bisogna stare ancora a casa, almeno fino all'estate. Solo così questo virus può essere arginato. Infatti, Campania e Basilicata che hanno uno stile militare nella conduzione della guerra, hanno i risultati migliori».

Cosa l'ha angosciata di più?
«L'andirivieni di ambulanze dei primi giorni e tanti giovani ricoverati in condizioni critiche».

E ora?
«Starò a casa in isolamento per altri 10 giorni come consiglia l'Oms». 

Ultimo aggiornamento: 14:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA