Giancarlo Siani, i figli dei due killer indagati per riciclaggio

Giovedì 28 Maggio 2020 di Leandro Del Gaudio

Per anni hanno usato sempre la stessa parola: l'aggettivo «normale», a proposito di quei due in cella all'ergastolo. Diglielo a Salvatore e Nicola, che è tutto «normale». Tradotto: continuerete a percepire il vitalizio, anche se il boss Antonio Nuvoletto subisce la spallata da parte di uno degli Orlando, anche se cambiano i nomi di quelli che stanno sulle «piazze» (pusher) o «al mare» (narcos in Spagna), per loro il mondo gira sempre allo stesso modo: in modo «normale». Tradotto in numeri, dalle 1500 ai 2000 euro al mese, ma anche tre bonus imprecisati (fino a 15mila euro alla volta) a Natale, Pasqua e Ferragosto.

Vitalizi dignitosi per Nicola e Salvatore, figli di Armando Del Core e Ciro Cappuccio, all'ergastolo come esecutori materiali dell'omicidio del giornalista Giancarlo Siani. Nati alla fine degli anni Ottanta, qualche anno dopo quel maledetto 23 settembre 1985, cresciuti con una sorta di pensione mafiosa che ha consentito loro di andare in vacanza e vivere in modo «normale». Ora sono indagati per riciclaggio, grazie a intercettazioni e riscontri condotti dal nucleo investigativo dei carabinieri, in un'inchiesta nata per chiudere i conti con quello che resta del caso Siani. O meglio: con un livello di responsabilità che non è ancora emerso, al netto degli ergastoli ai mandanti Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante, ai due esecutori materiali Cappuccio e Del Core; e al netto dei 28 anni per Gaetano Iacolare (autista del commando), e dei 28 anni al pentito Gaetano Donnarumma.
 

 

Ricordate l'inchiesta bis sul delitto Siani? Prima di tornare alle intercettazioni dei due rampolli Nicola e Salvatore, conviene aprire un inciso: siamo nel 2014, quando la Procura di Napoli apre un fascicolo sul delitto di piazza Leonardo. Diciamo subito che in questi mesi è stata la stessa Procura di Napoli a chiedere e ottenere l'archiviazione del caso. In sintesi, la Procura aveva indagato sulle dichiarazioni di Salvatore Giuliano, da più di quindici anni boss pentito di Forcella, che sul giornalista del Mattino ha sibilato parole di questo tipo: «Per quel fatto là siamo stati anche noi», alludendo all'omicidio del giornalista, ricollocandosi dopo decenni al centro di una scena dalla quale i Giuliano erano stati espunti dopo il flop della primissima indagine. Ed è sempre Salvatore Giuliano a fare riferimento al rapporto di alleanza con il clan Nuvoletta, con i «maranesi» che poi verranno condannati in via definitiva grazie alle indagini dell'allora pm Armando D'Alterio. Di nuovo la pista di Forcella? E fondata su cosa? Stando al nuovo fascicolo (ripetiamo: aperto nel 2014 e archiviato mesi fa), il delitto di piazza Leonardo potrebbe essere collegato anche all'inchiesta che Siani conduceva in quel periodo sulle coop di detenuti (di cui Salvatore Giuliano era il dominus), una sorta di tangentopoli ante litteram, a giudicare dall'interesse dei politici di tutti gli schieramenti per i voti che ne derivavano e i soldi che giravano. Un caso da collegare anche al delitto di Vincenzo Cautero, leader della coop di ex detenuti «La primavera» ucciso il 24 gennaio del 1986 (sei mesi dopo l'assassinio del cronista del Mattino), come per altro evidenziato anche nelle primissime fasi investigative degli anni Ottanta. Ipotesi che anche in questo caso non hanno fatto emergere riscontri concreti, a partire dalle smentite che i fratelli pentiti di Salvatore Giuliano hanno messo nero su bianco. Tutti, a partire dal boss di Forcella Luigi Giuliano, hanno negato un ruolo, anche solo marginale nel delitto del giornalista. E hanno anche spiegato che, nel gruppo di Forcella, non era Salvatore Giuliano ad essere deputato a parlare con i potenti padrini Lorenzo e Angelo Nuvoletta. Caso chiuso, richiesta di archiviazione accolta dal gip, nessuna opposizione.
 

Diversa invece la storia che riguarda il welfare riservato ai parenti dei due killer di Giancarlo Siani. Indagini dei pm anticamorra Mariella Di Mauro e Giuseppe Visone, migliaia di euro imbustati e consegnati brevi manu ai figli dei due assassini, per «l'omertà mantenuta - scrive il gip Ciollaro - sui mandanti dell'omicidio di Giancarlo Siani».

Agli atti c'è un'intercettazione di Antonio Nuvoletto, che nel chiuso della sala colloqui, rivolge una domanda alla mamma: «Ma Nicola è venuto? Il figlio di Armando... e il nipote è venuto?». La madre annuisce, ripetendo un gesto che va avanti da 35 anni, a partire dalla festa innaffiata da champagne a Poggio Vallesana, poche ore dopo l'omicidio del cronista del Mattino. Stesso interesse per Salvatore, il figlio di Ciro, almeno a leggere la trascrizione dei dialoghi intercettati. È il killer Ciro Cappuccio a chiedere al figlio Salvatore di mandargli un vaglia di cento euro, «così tanto per non dare nell'occhio». Soldi riciclati - secondo i pm - provento di droga e racket: soldi sporchi prodotti in quel sistema criminale denunciato dalle inchieste del giornalista ucciso 35 anni fa, che valgono ora come allora a garantire una vita «normale» a mogli, figli e nipoti di due killer spietati. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA