Napoli, parla l'autista di Giovanni Falcone: «Quel giorno si mise al volante al mio posto, così il giudice mi salvò la vita»

Venerdì 13 Maggio 2022 di Giuilana Covella
Napoli, parla l'autista di Giovanni Falcone: «Quel giorno si mise al volante al mio posto, così il giudice mi salvò la vita»

«Falcone mi ha salvato la vita, perché quel giorno volle mettersi al volante al mio posto». Si commuove mentre racconta alla platea di studenti nella sala del Teatro Area Nord di Piscinola gli ultimi minuti di vita del giudice Giovanni Falcone. A 30 anni dalla strage di Capaci Giuseppe Costanza, 75 anni, ex autista del magistrato antimafia, ha portato a Napoli la sua toccante testimonianza di sopravvissuto all’attentato del 23 maggio 1992. Alla presenza di istituzioni, scuole, associazioni e forze dell’ordine Costanza ha raccontato la sua lunga esperienza con il giudice affermando che «la strage di Capaci è stata un depistaggio, aspettiamo ancora la verità. La vera mafia che ha ucciso Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta va cercata altrove».


Una sala gremita di studenti quella del teatro di via Nuova Dietro la Vigna, dove si è svolto l’incontro su “Vite a confronto” nel trentesimo anniversario della strage di Capaci, a cui sono intervenuti, tra gli altri, Elisabetta Garzo, presidente Tribunale di Napoli; Isotta Cortesi, consulente commissione parlamentare antimafia; Caterina Viola di Vento di legalità; Emilia Narciso, presidente Unicef Campania; Anna Riccardi, presidente Fondazione Famiglia di Maria; Gennaro Oliviero, presidente Consiglio regionale; il questore Alessandro Giuliano e il vicepresidente del Consiglio comunale Salvatore Guangi. «La cosa più importante è che il ricordo di un grande uomo che contrastò la mafia avvenga con i ragazzi delle scuole - ha sottolineato il questore - che rappresentano le giovani generazioni a cui lasciare questo testimone. La memoria deve essere praticata e deve vivere - come diceva Falcone - sulle gambe delle persone, soprattutto dei giovani». «Ritengo che il ricordo debba essere il presupposto e l’occasione per far comprendere ai ragazzi quanto si è fatto e si deve fare - ha detto Garzo - e gli esempi come quello di Falcone sono il fulcro del progresso. Non c’è cultura se non c’è legalità e i ragazzi devono comprendere questi valori in un momento difficile come quello odierno». «L’emozione è forte, come il senso di responsabilità - riflette Riccardi - ho voluto portare la testimonianza di impegno della comunità di San Giovanni a Teduccio e della Fondazione Famiglia di Maria. Sono carica di una responsabilità, dato l’esempio di Falcone, di chi crede nelle istituzioni e nello Stato. Oggi le sue idee sono sulle gambe di tutti noi e dobbiamo essere attenti a non abbandonare il senso dell’impegno che lui ci ha lasciato. Il tritolo non è arrivato alle sue idee, né può fermare il nostro coraggio».

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«Quando lo incontrai la prima volta mi trovai davanti un uomo gentile, con la barba folta, che mi fece una infinità di domande». Giuseppe Costanza ricorda così davanti agli studenti dell’area nord il primo incontro con il giudice Giovanni Falcone, di cui fu autista dal 1984 al 1992. «Dopo una serie di quesiti anche sulla mia famiglia, di cui ovviamente già si era informato - racconta - mi propose di guidare la sua auto. Premesso che io ero un civile, dipendente del ministero della Giustizia, mi resi conto subito dell’attenzione che c’era intorno a lui: un’auto civetta, un elicottero e la scorta. A dimostrazione che Falcone sapeva il rischio che correva, io no». La decisione del Csm che nel giugno ’88 gli preferì Antonino Meli per sostituire Antonino Caponnetto alla guida del pool antimafia di Palermo; il fallito attentato dell’Addaura nell’89; l’uccisione dell’ex sindaco di Palermo Salvo Lima nel marzo ’92: Costanza ripercorre a voce alta le tappe di quegli 8 anni accanto al magistrato. «Ero in ferie quando mi convocò all’Addaura, scendemmo sulla scogliera per bonificarla e rinvenimmo un borsone con una tuta da sub dove c’era una bomba». Poi il racconto di quando Falcone passò in Procura e gli chiese: “Lei mi vuole seguire?”. «Se un magistrato ti fa questa domanda, non vuole sentirsi dire no». Fino a quel 23 maggio e agli attimi prima del boato: «La moglie sedeva sempre davanti. Quel giorno il giudice volle guidare personalmente e io passai sul sedile posteriore. Dopo l’esplosione loro morirono in ospedale, io mi salvai». Un pensiero infine per gli agenti morti: «Non erano la scorta, ma uomini con nomi e cognomi, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro», ricorda mentre si commuove insieme a tutta la sala.
 

Ultimo aggiornamento: 16:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA