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Napoli, il «mercato» di green pass: la Procura ora punta sul San Giovanni Bosco

Venerdì 11 Febbraio 2022 di Leandro Del Gaudio
Napoli, il «mercato» di green pass: la Procura ora punta sul San Giovanni Bosco

La prima volta è accaduta a ottobre. Poi, da lì la storia dei finti vaccinati ha preso strade diverse. Verso la Fagianeria, dove di recente sono state arrestati due infermieri; e verso l’ospedale San Gennaro, dove avrebbero allestito una sorta di fabbrica di green pass posticci. Inchieste diverse, che spingono ora la Procura di Napoli ad aprire il cosiddetto fronte degli ospedali: dopo le verifiche al San Gennaro, si scopre che c’è un altro presidio sanitario di competenza della Asl al centro di attenzioni investigative. Una possibile svolta che dipende da quanto emerso nel corso delle indagini condotte sui due infermieri che operavano a Capodimonte, all’interno dell’hub della Fagianeria, dove intascavano 150 euro per gettare in un batuffolo di ovatta dosi che sulla carta venivano iniettate ai singoli pazienti. Un andazzo che risale a diversi mesi fa, secondo quanto sta emergendo dal lavoro dei carabinieri del Nas, sotto il coordinamento del pm Henry John Woodcock, che puntano a ricostruire la rete di complicità e di clienti dei due soggetti finiti in manette. Parliamo di Giuliano Di Girolamo e di Rosario Cirillo, entrambi reo confessi (hanno ammesso parte delle proprie responsabilità dinanzi al gip Campoli), rimanendo decisamente al centro di ulteriori approfondimenti da parte degli inquirenti. Restiamo agli ultimi step investigativi. 

Difesi dai penalisti Marco Sepe e Daniele Pasquariello, hanno raccontato versioni in cui limitano la propria responsabilità a un periodo circoscritto, quello che risale alla diffusione della cosiddetta quarta ondata di virus, tra dicembre e gennaio. Eppure, c’è un prequel in questa storia. Una fase ancora tutta da spiegare, che consente di spostare il focus delle indagini di almeno un paio di mesi. Siamo a ottobre del 2021, Napoli non era ancora nella morsa di omicron, ma la strategia governativa era già fin troppo chiara, con la scelta di ancorare il green pass alla terza dose di vaccino. Tutto chiaro? Stando a quanto sta emergendo, è in questo periodo - ripetiamo: siamo ai primi di ottobre - che ha inizio l’affaire, almeno per quanto riguarda il ruolo dei due soldatini al soldo dei No vax. È così infatti che le prime somministrazioni fasulle sarebbero avvenute all’interno di un ospedale sotto la gestione della Asl Napoli uno: parliamo del San Giovanni Bosco, vera e propria trincea della sanità cittadina, che ha offerto servizi strategici in questi due anni di pandemia. È qui che ha avuto inizio un sistema illegale alle spalle delle istituzioni cittadine, sempre e comunque grazie al ruolo di soggetti interni allo stesso sistema sanitari. I primi a farsi vaccinare per finta - questa volta in amicizia, senza mazzette nelle mani di infermieri - sarebbero stati propri soggetti che erano al contatto tutti i giorni con cittadini bisognosi di cure, terapie, assistenza. Operatori nella frontiera del contrasto al contagio, mimetizzati nella trincea dello Stato come se fossero stati immuni, che invece erano in realtà privi di scudo anti Covid.

Liberi di contagiare, di veicolare il Covid, proprio a chi si rivolgeva allo Stato per porgere la spalla. Un imbroglio, una truffa, un sistema. Tutto rigorosamente all’interno degli ospedali. Stesso scenario rispetto a quanto venuto fuori da qualche giorno, dove l’attenzione si è concentrata sul San Gennaro, dove - come purtroppo emerso anche grazie ad alcune verifiche dell’Asl - il mercato dei finti vaccini ha assunto proporzioni decisamente più ampie. Sul tavolo del Nas, ci sono date, numeri e nomi. Si lavora sugli accessi all’interno della struttura ospedaliera, ma anche sul versante della gestione dei dati da inserire nella piattaforma informatica. 

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In campo il pool reati contro la pubblica amministrazione, si lavora su una sorta di triangolazione, secondo quanto venuto a galla fino a questo momento: da un lato l’approccio territoriale, che conduceva “no vax” all’interno di un negozio della sanità, a recitare una sorta di canovaccio («quando la seconda dos?», erano le parole in codice); dall’altro una busta con 300 euro corredata dalla tessera sanitaria. Poi tutto finiva in ospedale, al San Gennaro, dove qualcuno avrebbe avuto mano libera per caricare dati di soggetti che si ritrovavano di lì a poco con un certificato ministeriale in tasca. Ma è soltanto uno dei possibili “bachi” del sistema sanitario cittadino. Altra questione da mettere a fuoco riguarda quanto avviene all’interno delle farmacie, dove accanto alla necessità di inserire dati individuali si scopre la fragilità del sistema di controlli di documenti personali. Anche qui, in linea teorica, è possibile maneggiare soldi e tessere sanitarie per costruire profili individuali a prova di verifiche.

Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 09:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA